Skip to content Skip to footer

La TMR alla prova della stalla da Parmigiano Reggiano di oggi

Nel comprensorio del Parmigiano Reggiano l’arrivo dell’unifeed ha segnato una svolta rispetto alla distribuzione separata di fieni e concentrati.

Ha reso più uniforme l’ingestione, ridotto la selezione degli alimenti e resa più uniforme l’assunzione della razione lungo il gruppo. Una logica che resta valida, ovviamente, ma deve confrontarsi con una realtà assai diversa rispetto ad allora: le bovine sono assai diverse da quelle che avevano accompagnato la prima diffusione della TMR.

Nelle nostre stalle le mandrie producono più latte e più sostanza utile. La genomica ha spostato verso l’alto il livello produttivo medio, ma ha anche ampliato la distanza tra i fabbisogni presenti nello stesso gruppo. Una bovina fresca e una bovina a fine lattazione possono trovarsi davanti alla stessa mangiatoia con richieste nutrizionali profondamente diverse.

Da qui nasce la necessità di aumentare la precisione dell’intero sistema, non soltanto della formulazione dell’unifeed: dalla gestione dei gruppi alla qualità dei foraggi, dalla preparazione della miscelata e alla disponibilità dell’alimento lungo la mangiatoia, dalla gestione della transizione al controllo della fase riproduttiva.

Di tutto questo ne parliamo con Daniele Pederzani, veterinario buiatra specializzato nella nutrizione della bovina da latte e consulente di numerose stalle del comprensorio Parmigiano Reggiano. Al centro del suo pensiero c’è soprattutto la capacità della gestione di ridurre la distanza tra i fabbisogni reali delle bovine e la razione che ricevono con l’unifeed.

L’omogeneità costruita nella transizione

L’unifeed funziona bene quando nella mandria sono minime le differenze tra i capi entro di essa. La riduzione di queste differenze tra gli animali è il risultato di tante azioni.  Daniele Pederzani sottolinea in particolare il miglioramento della gestione alimentare sanitaria e riproduttiva: transizione più controllata, minore incidenza delle patologie metaboliche, migliore gestione del periparto e progresso degli indici riproduttivi hanno ridotto il numero di bovine che si allontanano dal percorso produttivo atteso.

Una bovina che entra in lattazione con una corretta condizione corporea, per fare un esempio, supera il post-parto senza problemi metabolici e torna gravida nei tempi previsti tende a mantenere una curva produttiva più regolare. Quando questo accade nella maggior parte della mandria, diminuiscono gli animali che si collocano agli estremi della distribuzione dei fabbisogni.

Daniele Pederzani si sofferma in particolare sul lavoro svolto sulla transizione e sulla attenzione crescente data in questa fase nelle stalle. Il controllo della perdita di condizione corporea nelle prime settimane di lattazione, la riduzione delle patologie metaboliche e il miglioramento degli indici riproduttivi hanno contribuito infatti fortemente a rendere più uniforme il profilo biologico della mandria.

Anche parametri come il tasso di rilevamento dei calori (HDR), il tasso di concepimento (CR) e la distribuzione dei giorni di lattazione producono effetti che vanno oltre la riproduzione. Quando le bovine vengono fecondate e ingravidano nei tempi previsti, la mandria mantiene una distribuzione più equilibrata delle diverse fasi produttive. Si riduce il numero di animali troppo lontani dagli obiettivi riproduttivi e diminuisce la dispersione dei fabbisogni nutrizionali all’interno dei gruppi.

Quando la vacca si allontana dalla media

Il lavoro svolto su transizione, sanità e fertilità ha reso le mandrie più omogenee. Nello stesso periodo, però, la bovina da latte è cambiata profondamente.

La vacca moderna esprime livelli produttivi che fino a pochi anni fa appartenevano soltanto agli animali migliori della mandria e riesce a mantenerli per una parte sempre più lunga della lattazione.

È uno dei principali cambiamenti con cui la nutrizione deve misurarsi oggi, sottolinea Daniele Pederzani. L’aumento del livello produttivo medio non significa infatti maggiore omogeneità dei fabbisogni nel gruppo. In molti casi produce l’effetto opposto. Una bovina nelle prime settimane dopo il parto affronta il massimo fabbisogno energetico e metabolico dell’intera lattazione. Una bovina che si avvicina all’asciutta presenta richieste completamente diverse.

Entrambe possono trovarsi nello stesso gruppo alimentare, ma richiedono apporti nutritivi molto lontani tra loro.

La razione deve quindi confrontarsi con una dispersione dei fabbisogni che tende nuovamente ad aumentare. Se la gestione ha ridotto molte delle differenze legate a problemi sanitari e riproduttivi, la genetica ha contemporaneamente ampliato la distanza tra gli animali collocati agli estremi della curva di lattazione. La conseguenza è che la bovina media utilizzata per formulare la razione rappresenta sempre meno fedelmente gli animali reali presenti in mangiatoia.

Una razione costruita per soddisfare completamente le bovine più produttive rischia di eccedere per gli animali nelle fasi finali della lattazione, mente una razione formulata sul fabbisogno medio può invece limitare l’espressione delle vacche collocate nel momento di massima richiesta nutrizionale.

È la classica “coperta corta” che richiama Daniele Pederzani: più aumenta il livello produttivo della mandria, più diventa difficile soddisfare contemporaneamente esigenze biologiche molto diverse attraverso una singola razione.

Da qui nasce la necessità di una attenzione maggiore verso gruppi alimentari più omogenei. Nelle stalle di maggiori dimensioni questo può significare aumentare il numero dei gruppi. In altre realtà può diventare utile integrare la TMR attraverso sistemi individuali associati ai robot di mungitura.

I robot di alimentazione consentono a loro volta di preparare più miscelate e gestire gruppi più specifici senza moltiplicare il lavoro richiesto dal carro tradizionale. In tutti i casi l’obiettivo resta lo stesso: avvicinare il più possibile la razione distribuita ai fabbisogni reali delle bovine che la ricevono. La tecnologia può aiutare, ma non sostituisce il lavoro di organizzazione della mandria.

Il fieno entra nella nutrizione di precisione

Quando si parla di alimentazione di precisione, il dibattito va su sensori, software e automazione. Daniele Pederzani porta il ragionamento anche in un’altra direzione: il fienile. Nelle stalle da Parmigiano Reggiano l’incremento dei fabbisogni non può essere sostenuto semplicemente aumentando la quota di concentrati. La funzionalità ruminale e i vincoli imposti dal disciplinare spostano inevitabilmente l’attenzione sul foraggio.

Per molti anni il fieno è stato considerato soprattutto la componente strutturale della razione. Oggi è chiamato a svolgere anche una funzione nutrizionale più ampia. Deve contribuire a fornire una quota crescente dell’energia e dei nutrienti necessari a sostenere la produzione.

Questo significa lavorare sulla qualità prima ancora che sulla quantità, sottolinea Daniele Pederzani. Stadio vegetativo al momento dello sfalcio, rapidità dell’essiccazione, modalità di conservazione e gestione dei lotti influenzano direttamente la digeribilità della fibra e quindi il valore alimentare del foraggio.

Uno sfalcio tardivo aumenta la lignificazione della parete cellulare e riduce l’energia disponibile; uno sfalcio tempestivo produce l’effetto opposto. Il fieno – va rimarcato – non è più soltanto una fonte di fibra efficace. Diventa uno strumento per governare ingestione, fermentazioni ruminali ed efficienza alimentare.

Per questo motivo cresce l’attenzione verso caratteristiche che descrivono il comportamento del foraggio nel rumine oltre alla sua semplice composizione chimica. Due fieni con valori analitici simili possono differire sensibilmente per digeribilità della fibra, velocità di degradazione e capacità di sostenere l’ingestione.

Quanto più si riduce il ricorso ai concentrati – insiste Daniele Pederzani – tanto più la capacità produttiva della stalla dipende dalla qualità del fieno disponibile in mangiatoia.

La formulazione è solo l’inizio

Un altro grande tema evidenziato da Daniele Pederzani per ridurre le problematiche di disomogeneità negli apporti nutrizionali della mandria riguarda l‘esecuzione dell’unifeed, dalla preparazione alla effettiva assunzione da parte delle bovine.

La qualità della miscelata dipende da moltissimi fattori: dall’ordine di carico degli ingredienti, dal tempo di miscelazione, dallo stato di usura dei coltelli, dalla lunghezza dei foraggi e dalla capacità del carro di produrre una distribuzione uniforme degli alimenti.

Di fatto esistono quasi tre razioni differenti: quella progettata dal nutrizionista, quella effettivamente preparata dall’operatore e quella che ingerisce la bovina.

Particolare attenzione va dedicata alla struttura fisica della razione. Nei sistemi alimentari basati su elevate quantità di foraggio, differenze anche modeste nella lunghezza di taglio possono modificare la capacità della bovina di selezionare gli alimenti o alterare la distribuzione delle particelle all’interno della miscelata.

Per questo motivo il controllo della razione non si esaurisce con la formulazione. Daniele Pederzani richiama l’importanza dei setacci di separazione dell’unifeed, che consentono di verificare se la struttura fisica prevista dal nutrizionista viene effettivamente ottenuta dal carro miscelatore. Anche il controllo degli avanzi fornisce indicazioni preziose sulla presenza di fenomeni di selezione e sulla reale uniformità della distribuzione.

Accanto a questi strumenti trovano spazio anche dispositivi portatili basati sulla spettroscopia nel vicino infrarosso (NIR), utili per monitorare rapidamente eventuali variazioni nella composizione della razione distribuita.

Anche la gestione della mangiatoia rientra in questo ragionamento, che porta dritti alla “sindrome della mangiatoia vuota”: una situazione nella quale la razione è correttamente formulata e distribuita, ma non rimane disponibile per un numero sufficiente di ore durante la giornata.

La frequenza delle spinte dell’unifeed, la continuità di accesso all’alimento e la corretta gestione degli avanzi diventano quindi elementi della strategia nutrizionale, al pari della formulazione, per avere un unifeed che dia il meglio per l’omogeneità di soddisfacimento dei fabbisogni.

L’unifeed resta il fondamento

In conclusione, quale sarà il futuro della TMR?  È, e resterà, uno strumento ancora estremamente valido anche con vacche sempre più produttive e problemi di disomogeneità crescenti, spiega Daniele Pederzani, a patto di passare a una fase nuova che dia più importanza ad altri aspetti meno considerati rispetto alla formulazione, molto più gestionali, di organizzazione, di sanità della mandria, di regolarità riproduttiva e di qualità dei fieni aziendali.

Lo strumento, e cioè la TMR, non cambia la sua importanza anche con le mandrie di oggi. Cambia però – e questo Daniele Pederzani ce lo ha ben spiegato – il livello di precisione richiesto per utilizzarlo al meglio.