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Ogni allevamento costruisce la propria biosicurezza

Le misure di biosicurezza adottate negli allevamenti da latte sono in gran parte note: gestione del colostro, pulizia e disinfezione, controllo degli accessi, percorsi dedicati, utilizzo corretto delle attrezzature. Ma conoscere un elenco, anche completo, di operazioni non garantisce automaticamente lo stesso risultato sanitario in aziende differenti.

Da questa distinzione è partita Marilena Bolcato, del Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie dell’Università di Bologna, nello ZOO JOB Meeting Day del 26 maggio scorso, ospitato dal Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano.

La biosicurezza comprende misure gestionali e fisiche finalizzate a ridurre il rischio di introduzione e diffusione delle malattie, ma la loro efficacia dipende anche dal comportamento umano: percezione del rischio, atteggiamenti e modalità con cui le procedure vengono effettivamente applicate.

Ma dove si origina il rischio nella mia vitellaia e attraverso quali vie può raggiungere gli animali?

Prima di scegliere una misura di biosicurezza occorre capire quale rischio si vuole ridurre.

Se il punto critico è la contaminazione del colostro, raccolta, conservazione e somministrazione diventano le prime fasi sulle quali intervenire. In un’altra azienda la criticità può riguardare soprattutto la trasmissione dei patogeni tra vitelli; acquistano allora maggiore peso la gestione dei box, delle attrezzature e dei percorsi del personale.

Lavare un secchio destinato al colostro serve a eliminare una possibile via indiretta di contaminazione del neonato. La disinfezione di un box produce invece il beneficio atteso quando modalità e tempi di esecuzione sono adeguati al rischio biologico presente in quella situazione. Separazione degli animali, sanificazione delle attrezzature, controllo degli accessi e organizzazione dei percorsi acquistano quindi valore in funzione della concreta possibilità di interrompere la diffusione di un agente patogeno.

La stessa relazione distingue infatti quattro passaggi nella costruzione di un programma di biosicurezza: identificazione del pericolo, valutazione dell’esposizione, caratterizzazione del rischio e sua gestione.

La biosicurezza nasce dall’osservazione dell’allevamento

Due aziende possono utilizzare lo stesso protocollo per il colostro o procedure molto simili per la pulizia della vitellaia senza ottenere risultati identici. Ogni allevamento presenta una propria situazione sanitaria, una diversa distribuzione degli agenti patogeni e differenti occasioni di contatto tra questi e gli animali.

La progettazione della biosicurezza parte quindi dall’osservazione dell’azienda.

Il primo obiettivo è ricostruire il percorso attraverso il quale un agente patogeno potrebbe raggiungere il vitello.

La distinzione tra pericolo ed esposizione è centrale. La presenza di un microrganismo costituisce un pericolo; il rischio aumenta quando esistono condizioni che rendono concreta l’esposizione dell’animale.

Nella vitellaia entrano quindi in gioco contemporaneamente fattori legati al patogeno, alle difese del vitello e all’ambiente. Un’insufficiente immunità colostrale, uno stato nutrizionale inadeguato o lo stress possono ridurre la resistenza dell’animale; scarsa igiene, ventilazione e strutture inadeguate aumentano l’esposizione; elevata densità e contatti con altri gruppi possono facilitare la trasmissione.

Il parto rappresenta il primo momento di contatto con l’ambiente esterno. Da lì il vitello attraversa una successione di situazioni nelle quali il profilo di rischio cambia: box parto, gestione del colostro, attrezzature per il trasporto del neonato, lettiera, box individuale, strumenti utilizzati per alimentazione e trattamenti, spostamenti del personale.

Il beneficio sanitario deriva dalla capacità di individuare, lungo questa sequenza, i passaggi nei quali l’intervento può realmente interrompere la catena di trasmissione.

Non tutto ha la stessa priorità

La valutazione del rischio serve anche a stabilire dove concentrare gli interventi. La caratterizzazione del rischio ha infatti l’obiettivo di individuare le aree critiche dell’allevamento che richiedono maggiore attenzione.

Probabilità dell’evento e gravità delle conseguenze devono essere considerate insieme. In un allevamento nel quale il trasferimento dell’immunità passiva rappresenta ancora un punto debole, raccolta, conservazione e tempestiva somministrazione del colostro diventano inevitabilmente una priorità. Dove questo aspetto è già ben controllato, il beneficio sanitario maggiore può derivare invece dalla revisione dei percorsi del personale, dalla gestione delle attrezzature condivise o dalle procedure di pulizia e disinfezione tra un vitello e l’altro.

A questa gerarchia sanitaria si aggiunge una valutazione molto concreta delle risorse. Le misure di biosicurezza richiedono tempo, personale, strutture e denaro; Marilena Bolcato ha quindi richiamato la necessità di valutarne il rapporto costi-benefici e di scegliere interventi realistici ed efficaci. Aziende differenti possono inoltre accettare livelli diversi di rischio in funzione delle proprie condizioni e delle risorse disponibili.

Costruire un programma di biosicurezza significa quindi scegliere dove ogni risorsa disponibile può produrre il maggiore beneficio sanitario.

La biosicurezza funziona attraverso le persone

Una volta individuati i punti critici e definite le misure, resta il passaggio decisivo: applicarle e mantenerle nel tempo. La gestione del rischio comprende infatti lo sviluppo di protocolli specifici di biosicurezza interna ed esterna, insieme al monitoraggio continuo delle misure adottate.

Strutture adeguate, protocolli completi e attrezzature disponibili rappresentano i presupposti del sistema. L’efficacia dipende però dalla capacità di tradurli nel lavoro quotidiano.

Le migliori procedure perdono valore quando vengono applicate in modo discontinuo, non vengono comprese o non si adattano ai cambiamenti dell’allevamento. Un operatore che conosce il motivo di una misura è anche più preparato a riconoscere quando una nuova situazione modifica il livello di rischio e richiede un comportamento differente.

Ogni cambiamento nell’organizzazione aziendale, nella situazione sanitaria o nei flussi degli animali modifica infatti anche il profilo di rischio. Il programma di biosicurezza richiede quindi una rilettura periodica della realtà aziendale e un aggiornamento delle misure adottate.