Un approccio che parte dalla prevenzione e arriva solo in seconda battuta al trattamento farmacologico: è questo il filo conduttore del seminario tecnico svoltosi ieri presso la sede del Consorzio del Parmigiano Reggiano a Reggio Emilia, dedicato alla gestione sanitaria del vitello.
Ad aprire i lavori e dare il benvenuto ai partecipanti e alle persone collegate da remoto è stato Giovanni Buonaiuto, responsabile del Servizio produzione primaria, che ha richiamato il tema come uno dei nodi più attuali: la sanità del vitello è un punto di partenza per costruire una mandria sana, produttiva e con minore necessità di interventi terapeutici.
I tre interventi — dedicati a Salmonella Dublin, colostratura e antibiotico-resistenza — hanno riportato l’attenzione su un punto sempre più centrale nell’allevamento: il controllo delle malattie passa meno dal singolo intervento e sempre più da una sequenza ordinata di pratiche. Anche in vitellaia.
Il primo punto trattato nel seminario ha riguardato il rischio infettivo e la sua gestione nel tempo. La relazione di Camilla Torreggiani (Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna) ha riportato l’attenzione su Salmonella Dublin, un sierotipo adattato al bovino che negli ultimi anni mostra una presenza crescente negli allevamenti da latte.
Il problema non è tanto la presenza del patogeno, quanto il modo in cui si comporta in stalla. Persistenza prolungata nel materiale organico, eliminazione intermittente da parte degli animali e presenza di portatori asintomatici rendono difficile intercettare la diffusione nelle fasi iniziali.
Cosa succede quando l’infezione entra in allevamento?
Si possono osservare quadri molto diversi: forme enteriche nei vitelli, mortalità improvvisa, aborti nelle bovine, fino a cali produttivi difficili da ricondurre immediatamente alla causa infettiva.
In questo contesto si inserisce il progetto illustrato durante l’intervento, che introduce un sistema di monitoraggio basato sul latte di massa. L’impostazione prevede campionamenti trimestrali, analisi sierologica per la ricerca di anticorpi e classificazione delle aziende in funzione del rischio. Nei casi più critici sono previsti sopralluoghi con checklist dedicate, campionamenti individuali e ambientali e definizione di piani di gestione sanitaria mirati.
Un elemento rilevante è il carattere volontario dell’adesione al progetto, che consente di costruire un sistema di sorveglianza senza ricadute immediate sul piano regolatorio. Il latte di massa viene utilizzato come indicatore della possibile circolazione del patogeno in azienda, attraverso la ricerca sierologica di anticorpi anti-Salmonella.
Basta per individuare il problema? Non in termini diagnostici, ma come strumento di allerta precoce consente di intervenire prima che si manifestino focolai clinici evidenti.
Il passaggio successivo ha portato al vitello e alle prime ore di vita. Irene Alpigiani (AUSL Reggio Emilia) ha presentato l’impostazione e le modalità del monitoraggio della colostratura nell’ambito del Piano Nazionale Benessere Animale 2026.
Il trasferimento dell’immunità passiva dipende da tre fattori: qualità del colostro, quantità somministrata e tempistica. Quanto pesa ciascuno di questi elementi nel risultato finale? I dati mostrano che anche differenze limitate in uno solo di questi parametri possono tradursi in un trasferimento immunitario insufficiente.
Il monitoraggio non si limita alla verifica della procedura, ma misura l’esito attraverso indicatori oggettivi. Le immunoglobuline e la GGT consentono di valutare se il vitello ha effettivamente acquisito una protezione adeguata.

Questo introduce un passaggio importante: non basta sapere come è stato somministrato il colostro, è necessario verificare cosa è successo nell’animale.
Il piano prevede il coinvolgimento di un campione di aziende selezionate nell’ambito del PNBA, con prelievi sui vitelli e raccolta di informazioni gestionali. È un controllo o un supporto gestionale? La risposta sta nella capacità di utilizzare il dato per correggere le pratiche.
Il terzo intervento, a cura di Cristina Leonardi (AUSL Parma), ha portato il discorso sull’antibiotico-resistenza.
Il tema non riguarda solo l’uso del farmaco, ma il sistema che porta al suo utilizzo. L’antibiotico-resistenza è il risultato di dinamiche che coinvolgono allevamento, ambiente e salute umana. Da qui la necessità di un approccio che integri gestione sanitaria, biosicurezza e uso prudente delle molecole.
Qual è il punto operativo? L’antibiotico deve essere utilizzato quando serve, ma all’interno di un percorso che parte dalla diagnosi. Questo implica un cambiamento nell’approccio quotidiano: non trattamento empirico sistematico, ma valutazione del caso, identificazione dell’agente eziologico quando possibile e scelta mirata della molecola.
L’intervento ha richiamato anche il tema delle molecole critiche, sottolineando come il loro utilizzo debba essere limitato ai casi in cui non esistono alternative efficaci.
Accanto alla gestione terapeutica, è stata data attenzione agli aspetti più operativi: gestione delle deiezioni, qualità dell’acqua, pulizia delle attrezzature, utilizzo corretto dei dispositivi di protezione. Anche pratiche apparentemente marginali, come la somministrazione ai vitelli di latte contenente residui antibiotici, vengono ricondotte dentro una logica più ampia di diffusione delle resistenze.
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