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Fieno, qualità e quantità con l’essiccazione 

Essiccare un quintale di foraggio può costare in media 4,79 euro, con una variabilità compresa tra 4,03 e 5,55 euro legata soprattutto alla componente energetica. Applicati a un’azienda da 100 vacche, con un consumo di 15 quintali di fieno al giorno, questi valori si traducono in un costo giornaliero di circa 72 euro.

È tanto? È poco?

La domanda, in realtà, è mal posta.

Perché come ha spiegato Franco Ghelfi, agronomo di Ruralset, il 16 dicembre scorso a Castelnovo ne’ Monti, in un seminario dedicato alla gestione della fienagione in montagna, non è quanto costa l’essiccatoio il centro della questione, ma cosa “compra” quell’investimento, quanto valore trattiene in azienda e quanto, in definitiva, accresce il margine economico.

Perché in montagna l’essiccatoio è importante

La fienagione in montagna lavora con un vincolo che in pianura spesso è attenuato: la finestra utile. In montagna la finestra utile di fienagione è breve, le piogge arrivano in modo spesso imprevedibile e, quando il foraggio resta in campo, la perdita non è soltanto quantitativa, ma anche qualitativa, e non di poco: è perdita di energia, proteine e digeribilità, cioè perdita di valore alimentare di quel fieno una volta che diventerà alimento per le vacche. Nel momento in cui quel valore manca, l’azienda lo ricompra sotto forma di mangimi o concentrati, pagando quindi due volte: prima con la perdita in campo, poi con la spesa mangimistica.

Quanto costa essiccare un quintale di foraggio

Torniamo alle cifre e alla simulazione presentata da Franco Ghelfi. Come detto il costo totale di essiccazione è stato stimato mediamente a 4,79 €/quintale con un intervallo 4,03–5,55 €/quintale. La componente energetica è quella che “muove” la variabilità: il costo dell’energia totale (riscaldamento aria + elettricità per ventole) è stimato tra 1,18 e 2,70 €/q.le, con media 1,94 €/q.le.

Da sola, quindi, l’energia pesa circa il 40% del costo medio. Se l’azienda ha la possibilità di mitigare la componente energetica (integrazione con fotovoltaico, valorizzazione calore, efficienza impiantistica), il costo per quintale scende e il margine cresce in modo diretto.

Accanto all’energia, la struttura dei costi fa emergere un aspetto spesso sottovalutato: l’essiccatoio non è solo costo energetico.

L’ammortamento, infatti, vale 1,5 €/q.le, cioè circa il 31% del costo medio; gli oneri finanziari sono stimati a 0,57 €/q.le; la logistica interna incide tra 0,47 €/q.le (costo macchina per movimentazione balloni) e 0,19 €/q.le (costo uomo), più 0,12 €/q.le di manutenzione.

Ciò significa quindi che se l’impianto è dimensionato male o lavora poche ore/anno, l’ammortamento per quintale diventa un macigno; se invece lavora con continuità, il costo si distribuisce e rientra in un equilibrio gestibile.

Tradurre i costi in scala aziendale: benefici economici giornalieri e saldo netto

Un essiccatoio funziona – ha più volte sottolineato il relatore – se il sistema aziendale riesce a trasformare la qualità foraggera in tre effetti economici: riduzione dei correttivi acquistati, maggiore efficienza alimentare e maggiore stabilità produttiva. Nella simulazione di Franco Ghelfi questi tre canali sono sufficienti non solo a coprire il costo, ma a generare margine.

Concetti basati su cifre e su un esempio teorico ma estremamente verosimile. 100 vacche in lattazione con consumo foraggero di 15 q.li/giorno, cioè 1.500 kg di foraggio tal quale al giorno, pari a 15 kg/capo. Applicando il costo medio di 4,79 €/q.le, il costo giornaliero dell’essiccazione diventa 71,85 €/giorno.

Franco Ghelfi ha continuato provando a monetizzare i benefici, almeno in forma di scenario. Nella simulazione, il totale vantaggi economici giornalieri è stato stimato in 181,75 €/giorno.

Dentro questo valore ci sono voci diverse, che aiutano a capire il meccanismo economico. Una quota è attribuita alla possibilità di produrre e valorizzare erbai primaverili, stimata in 51,75 €/giorno.

Un’altra quota è legata al miglioramento della qualità del latte, con particolare riferimento alla caseina, stimata a 130 €/giorno. E soprattutto c’è il passaggio che chiude il cerchio: l’effetto complessivo sulla redditività alimentare, espresso come miglioramento dell’IOFC (Income Over Feed Cost) nell’ordine di 1,3 €/capo/giorno nello schema presentato.

Quando si mettono insieme costi e benefici quale è il saldo? 181,75 €/giorno di benefici, a cui sottraiamo 71,85 €/giorno di costi ci porta a 109,90 €/giorno di vantaggio netto. Su base annua, significa 40.113,50 €/anno.

La variabile vera non è l’essiccatoio, è la variabilità

In montagna, una fienagione “sbagliata” non produce soltanto un fieno peggiore; produce una sequenza di eventi: più mangime, più instabilità della razione, più oscillazioni ingestive, più difficoltà a mantenere standard produttivi elevati e qualità costante.

Ogni passaggio ha un costo e, soprattutto, ha un costo nascosto perché si manifesta come perdita di efficienza.

L’essiccatoio, nella lettura proposta da Franco Ghelfi, serve a tagliare questo circuito evitando che la base foraggera aziendale diventi ogni anno una lotteria.

Se il foraggio resta più costante, la razione è più stabile. Se la razione è più stabile, il margine non dipende solo dal prezzo del latte o dai listini dei mangimi, ma anche dalla capacità aziendale di “non sprecare valore” in campo e in mangiatoia.

Effetti sulla rimonta

Un ulteriore aspetto emerso dalla presentazione riguarda la gestione delle manze, spesso trascurata quando si valutano tecnologie pensate in prima battuta per le vacche in lattazione.

Nelle aziende di montagna, la rimonta interna rappresenta una componente strategica, ma l’alimentazione delle manze è frequentemente condizionata dalla disponibilità residuale dei foraggi migliori, con razioni che risentono in modo marcato della variabilità qualitativa del fieno aziendale.

La possibilità di disporre di foraggi più omogenei e programmabili nel tempo consente di destinare lotti specifici anche alla rimonta, riducendo il carattere “secondario” che spesso assume l’alimentazione delle manze.

Questo aspetto è particolarmente rilevante in montagna, dove la qualità del foraggio disponibile può variare sensibilmente tra tagli e annate.

Dal punto di vista operativo, una maggiore costanza del fieno semplifica la formulazione delle razioni per le manze e riduce il ricorso a soluzioni correttive legate a carenze improvvise di qualità. Non si tratta quindi di un effetto produttivo diretto, ma di una maggiore capacità di pianificazione, che contribuisce a rendere più regolare il percorso di accrescimento e a contenere i costi legati all’impiego di mangimi acquistati.