Una quota che ancora non si possiede può contribuire a finanziare il proprio acquisto? Ora sì. È il principio alla base del nuovo strumento di pegno sulle Quote Latte Parmigiano Reggiano presentato a Reggio Emilia nel seminario organizzato alcuni giorni fa dal Consorzio con Crédit Agricole Italia. Un passaggio – come ha ricordato il direttore generale del Consorzio Riccardo Deserti in fase di presentazione e nei vari momenti di raccordo tra gli interventi – destinato ad aprire una nuova fase nella storia delle QLPR, nate per governare l’offerta di latte della Dop e diventate nel tempo un patrimonio che oggi sfiora i cinque miliardi di euro.
Nel corso del seminario sono stati analizzati l’evoluzione delle quote, il valore economico progressivamente accumulato dagli allevatori e le prospettive aperte da questo nuovo meccanismo per sostenere investimenti, crescita aziendale e ricambio generazionale senza alterare la funzione di governo dell’offerta che le QLPR continuano a svolgere all’interno del sistema Parmigiano Reggiano.
Le quote e la crescita governata (in volume e valore) del Parmigiano Reggiano
Per comprendere il significato dell’iniziativa presentata a Reggio Emilia occorre partire dall’evoluzione che la filiera ha vissuto nell’ultimo decennio. I dati illustrati da Cristian Bertolini, responsabile del Servizio Piano Regolazione Offerta del Consorzio, mostrano un sistema produttivo profondamente diverso da quello esistente dieci anni fa.
Gli allevatori conferenti sono passati da 3.013 a 2.123. La riduzione del numero di aziende non si è però tradotta in una contrazione della produzione. Nello stesso periodo il latte trasformato in Parmigiano Reggiano è cresciuto da circa 18,2 a oltre 20,8 milioni di quintali, mentre la produzione media aziendale è aumentata di circa il 60%.
La fotografia che emerge è quella di una filiera composta da meno allevamenti ma da aziende mediamente più grandi, più strutturate e più produttive. Le stalle rimaste attive hanno investito in nuove strutture, tecnologie, automazione e miglioramento gestionale.
In questo percorso le Quote Latte Parmigiano Reggiano hanno svolto una funzione centrale. Introdotte per governare la crescita produttiva e mantenere l’equilibrio tra offerta di latte e capacità di assorbimento del mercato, le QLPR presentano una caratteristica unica nel panorama delle Dop europee: appartengono agli allevatori. La quota costituisce un patrimonio direttamente posseduto dalle aziende che producono latte destinato alla Dop.
Questa scelta ha prodotto nel tempo due effetti. Da un lato ha consentito di regolare l’espansione produttiva evitando squilibri che avrebbero potuto compromettere il valore del Parmigiano Reggiano. Dall’altro ha trasformato una parte della ricchezza generata dalla filiera in patrimonio detenuto dagli allevatori stessi.
La disponibilità di quota è stata progressivamente adeguata all’evoluzione del mercato e alla capacità della Dop di assorbire nuova produzione senza compromettere il valore del formaggio. I dati presentati da Bertolini mostrano come l’andamento delle quotazioni delle QLPR abbia seguito nel tempo la stessa traiettoria del prezzo del Parmigiano Reggiano. Quando il valore della Dop è cresciuto, è cresciuto anche il valore delle quote; quando il mercato ha attraversato fasi più difficili, anche le quotazioni delle QLPR ne hanno risentito. Il legame è diretto: una quota vale perché consente di produrre latte all’interno di una filiera capace di generare reddito. La capacità del Parmigiano Reggiano di mantenere valore sul mercato si riflette quindi anche sul valore patrimoniale delle quote detenute dagli allevatori. Questo processo ha portato le QLPR ad assumere un peso crescente nei bilanci aziendali.
Nate come strumento di governo dell’offerta, le quote sono diventate nel tempo anche un asset patrimoniale. Ed è su questa trasformazione che si innesta il ragionamento sviluppato nel seminario.
Da diritto produttivo a patrimonio aziendale
Nel corso degli anni le QLPR hanno progressivamente assunto una funzione che va oltre il governo dell’offerta. Accanto alla loro funzione produttiva si è sviluppata infatti una dimensione patrimoniale sempre più rilevante. Dal 2016 a oggi sono stati movimentati circa 5,6 milioni di quintali di quota, un volume pari a quasi il 30% dell’intero montante oggi esistente nella filiera. Ogni anno vengono scambiati mediamente oltre 500.000 quintali attraverso compravendite e un quantitativo analogo attraverso contratti di affitto.
Le quote sono quindi diventate un bene che viene acquistato, venduto, affittato e trasferito. Hanno un mercato, un prezzo riconosciuto dagli operatori e un valore che entra a far parte del patrimonio delle aziende. Una parte crescente del valore generato dalla filiera si è progressivamente trasferita nelle quote detenute dagli allevatori. Applicando alle quote detenute dagli allevatori i valori oggi espressi dal mercato, il patrimonio complessivo rappresentato dalle QLPR si avvicina ai cinque miliardi di euro. Se questo patrimonio possiede un valore riconosciuto dal mercato, può contribuire anche a sostenere investimenti, crescita aziendale e ricambio generazionale?
Da questa domanda è nato il confronto con il sistema bancario che ha portato allo sviluppo del nuovo strumento di pegno sulle QLPR.
L’esempio dell’allevatore che splafona
Il ragionamento sviluppato dal presidente del Consorzio Nicola Bertinelli, nel suo intervento, è partito da una considerazione: se una quota possiede un valore economico riconosciuto dal mercato, quel valore può contribuire a sostenere investimenti che altrimenti richiederebbero un impegno finanziario molto più gravoso. In questo modo una parte della ricchezza già presente nella filiera può essere utilizzata per accompagnarne lo sviluppo futuro. La differenza rispetto al passato non riguarda il valore patrimoniale delle quote, che esisteva già. Una quota acquistata aumentava il patrimonio dell’azienda anche prima dell’introduzione del pegno. La novità consiste nella possibilità di utilizzare quel patrimonio per facilitare l’accesso al capitale necessario ad acquistarlo.
Per spiegare il significato concreto del nuovo strumento, Nicola Bertinelli ha proposto un esempio molto concret. Un allevatore possiede 10.000 quintali di quota ma produce 13.000 quintali di latte. Ogni anno si trova quindi con 3.000 quintali eccedenti rispetto alla propria dotazione. Di fronte a questa situazione esistono tre possibili strategie. La prima consiste nel continuare a produrre oltre la quota disponibile e sostenere le contribuzioni previste dal sistema per la produzione eccedente. In questo caso l’allevatore continua a generare reddito dal latte prodotto, ma deve affrontare ogni anno il costo dello splafonamento. La spesa si ripresenta ciclicamente e la dotazione di quote rimane invariata. L’azienda continua quindi a trovarsi nella stessa situazione produttiva. La seconda strada consiste nell’acquistare 3.000 quintali di quota aggiuntiva. In questo modo la produzione viene allineata alla quota posseduta, si elimina il problema dello splafonamento e si incrementa il patrimonio aziendale. Le quote acquistate entrano infatti a far parte degli asset dell’impresa al pari di altri beni patrimoniali. Il limite di questa soluzione è rappresentato dall’entità dell’investimento richiesto, che per molte aziende può essere insostenibile. Per stare nell’esempio, con valori prossimi ai 250 euro per quintale, l’acquisto di 3.000 quintali di quota richiede circa 750.000 euro.
Ed è qui che interviene la terza possibilità, quella presentata nell’incontro. L’allevatore acquista le quote necessarie e può utilizzare il valore delle quote stesse come garanzia del finanziamento. La banca non considera però finanziabile il 100% del valore della quota posta a pegno e applica uno scarto prudenziale, ossia una riduzione che serve a tutelare l’istituto rispetto a eventuali variazioni di valore della garanzia.
Una quota che non si possiede ora può aiutare a finanziare il suo acquisto
La relazione di Francesco Fontana, Coordinatore Agricoltura di Crédit Agricole Italia, ha consentito di comprendere meglio il passaggio che distingue questa iniziativa da una normale operazione di credito. Una quota già posseduta dall’allevatore fa parte del patrimonio aziendale e può già essere considerata nell’ambito delle valutazioni bancarie. La novità riguarda invece le quote che l’azienda intende acquistare. Il meccanismo sviluppato insieme al Consorzio permette infatti di utilizzare il valore delle quote oggetto dell’acquisto come elemento della garanzia necessaria per finanziare l’operazione. In questo modo il patrimonio che entrerà nell’azienda contribuisce esso stesso a sostenere il capitale necessario per acquisirlo.
E perché una banca dovrebbe considerare affidabile una garanzia di questo tipo?
Per Crédit Agricole Italia la risposta risiede nelle caratteristiche che rendono le QLPR un bene assai diverso da molte altre attività immateriali. La quota è identificata all’interno di un registro ufficiale del Consorzio, la titolarità è certa, ogni trasferimento viene registrato e il mercato genera valori osservabili nel tempo. La banca può quindi verificare chi possiede il bene, seguirne le movimentazioni e disporre di riferimenti oggettivi per valutarne il prezzo.
Ma il registro, da solo, non basta a spiegare il valore delle quote. Una quota Parmigiano Reggiano possiede valore economico perché consente di produrre latte all’interno di una filiera che programma l’offerta, governa la crescita produttiva e trasferisce redditività agli allevatori.
Dietro il valore della quota si trovano il sistema di regole costruito dal Consorzio, la stabilità della governance, la trasparenza del mercato e la capacità del Parmigiano Reggiano di mantenere valore lungo tutta la filiera.
Un valore che nasce nelle stalle
L’accesso alle quote richiede oggi investimenti sempre più consistenti. La possibilità di utilizzare il nuovo strumento di pegno può contribuire a ridurre il peso della sola disponibilità di capitale e offrire alle aziende della filiera maggiori possibilità di crescita, sviluppo e continuità generazionale. In questo senso può rappresentare anche uno strumento per mantenere nelle mani dei produttori una parte importante della capacità produttiva del Parmigiano Reggiano.
Resta però un punto fermo da cui non ci si deve mai allontanare. Il valore delle quote non nasce nella finanza. La finanza può contribuire a utilizzarlo, a renderlo disponibile per nuovi investimenti e nuove opportunità di sviluppo. Quel valore si forma altrove: nella capacità della filiera di produrre un Parmigiano Reggiano che il mercato continui a riconoscere e remunerare. Qualità del latte, benessere animale, sostenibilità, legame con il territorio, qualità dei foraggi, competenze tecniche e reputazione della Dop restano – e resteranno sempre – alla base di tutto questo.

