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Animali, biosicurezza e nuovi criteri per progettare la stalla 

Comportamento animale, spazi di servizio, compost barn, biosicurezza, rapporto con la società e vitelli: nell’ultima parte dell’intervista Paolo Rossi allarga il progetto della stalla alle esigenze che stanno entrando nella gestione quotidiana e nelle scelte dei prossimi anni.

Nella seconda parte dell’intervista il confronto si è spostato dagli edifici ai sistemi che li fanno funzionare: mitigazione delle emissioni, separazione di urine e feci, robot di pulizia e alimentazione, continuità elettrica e disponibilità idrica. In questa terza e ultima puntata Paolo Rossi allarga ancora il campo: comportamento animale, spazi di servizio, compost barn, biosicurezza, rapporto con la società e criteri con cui preparare le stalle esistenti ai prossimi vent’anni.

Finora abbiamo parlato soprattutto di strutture e impianti. Quanto pesa oggi la conoscenza del comportamento animale?

«Alcune applicazioni sono già entrate nella progettazione. La scelta di tenere separate le primipare dalle pluripare nasce dall’osservazione del comportamento sociale: può ridurre lo svantaggio competitivo degli animali più giovani nell’accesso all’alimento, all’acqua e alle aree di riposo. Lo stesso vale per gli abbeveratoi. Distribuirli in più punti riduce il rischio che la competizione o l’affollamento limitino l’accesso all’acqua, soprattutto durante l’estate, quando la richiesta aumenta. Anche la rastrelliera, il numero di posti disponibili, le vie di fuga e la disposizione dei box influenzano la competizione. I robot di alimentazione possono ridurla aumentando la frequenza di distribuzione. I cancelli selettori e i box di separazione, invece, consentono di isolare o trattare un animale limitando gli spostamenti forzati dell’intero gruppo».

Quali spazi considera ormai indispensabili?

«Oggi alcuni spazi di servizio sono diventati indispensabili quanto le corsie di alimentazione o le aree di riposo. Penso anzitutto a un box di separazione ben collocato, nel quale trasferire temporaneamente le bovine da controllare, trattare o gestire in modo diverso dal resto del gruppo. A questo si aggiunge il box parto, che deve offrire spazio, tranquillità e condizioni igieniche adeguate, rimanendo facilmente raggiungibile dagli operatori.

La collocazione è importante quanto la dimensione: se questi box si trovano in una zona marginale o lontana dai normali percorsi, ogni separazione richiede più tempo e lavoro e la vacca è meno tranquilla.

Quando invece sono collegati correttamente alla mungitura e alle aree principali, la bovina può essere spostata senza attraversamenti complicati e senza movimentare inutilmente tutto il gruppo.

I cancelli selezionatori, come quelli posizionati in uscita dalla sala di mungitura, possono identificare la bovina da controllare o bisognosa di un intervento e indirizzarla direttamente nel box dedicato; l’operatore la trova già separata, senza doverla cercare e accompagnare manualmente.

Per i ritardi di mungitura nelle stalle con robot (AMS) è utile avere un box di isolamento temporaneo nel quale indirizzare le vacche ritardatarie e dal quale questi stessi animali potranno poi accedere direttamente alla stazione di mungitura. Anche negli edifici esistenti, l’inserimento di una buona area di separazione collegata al robot può risolvere una parte significativa dei problemi quotidiani».

Finora abbiamo ragionato sull’evoluzione della stalla libera così come si è consolidata negli ultimi decenni, basata sulle cuccette. A un certo punto, però, la compost barn ha proposto un’impostazione differente, sostituendo le aree di riposo individuali con una grande lettiera comune e promettendo maggiore libertà di movimento. Per qualche tempo è stata indicata come una possibile stalla del futuro. Che cosa ha ridimensionato quelle aspettative e quale spazio può ancora avere oggi?

«Abbiamo svolto diverse attività di ricerca sulla compost barn e l’abbiamo sempre considerata una buona soluzione quando riesce a funzionare nelle condizioni previste.

La cautela nasce dal fatto che il suo equilibrio dipende dalla gestione della lettiera, dalla superficie disponibile e dalla continuità delle operazioni necessarie a mantenerla asciutta e igienicamente adeguata. E ottenere questo risultato durante tutto l’anno può essere più difficile di quanto appaia nel progetto iniziale.

La criticità aumenta con le vacche in lattazione, soprattutto se il latte è destinato alla trasformazione casearia. Una gestione insufficiente della lettiera può aumentare l’imbrattamento degli animali e il rischio di contaminazione della mammella, con possibili conseguenze sulla qualità igienico-sanitaria del latte e sulla caseificazione.

Per manze e bovine in asciutta manca l’effetto immediato sulla qualità del latte conferito, ma rimangono essenziali la pulizia degli animali, la salute mammaria e le condizioni igieniche della lettiera.

Anche il presunto vantaggio economico va valutato con attenzione.

La stalla a lettiera lavorata richiede meno attrezzature rispetto a una struttura a cuccette, ma una superficie coperta molto più ampia per animale. Se si confrontano due edifici correttamente dimensionati destinati allo stesso numero di vacche, ci si accorge che il costo per capo può risultare simile: nelle cuccette pesa maggiormente l’allestimento interno, nella lettiera la dimensione dell’edificio.

L’entusiasmo iniziale si è quindi progressivamente ridimensionato. Per alcuni anni la compost barn ha probabilmente goduto di uno slancio superiore alla sua effettiva diffusione. Quando quella spinta si è attenuata e si sono accumulate più esperienze sul campo, sono emerse con maggiore chiarezza anche difficoltà gestionali, rischi e costi reali.

Non è scomparsa, ma è tornata a essere valutata per ciò che può effettivamente offrire: una soluzione interessante in determinate condizioni e per alcuni gruppi, anziché il modello destinato a sostituire tutti gli altri».

Sta crescendo anche l’esigenza di controllare ciò che arriva dall’esterno: persone, automezzi, materiali e animali selvatici. In altri comparti la biosicurezza ha già modificato profondamente il modo di progettare gli allevamenti. Nelle stalle bovine può diventare un criterio altrettanto importante?

«Nell’allevamento bovino la biosicurezza è stata considerata molto meno rispetto ad altri settori. La stalla da latte è tradizionalmente una struttura aperta anche dal punto di vista degli accessi: in molte aziende un visitatore o un automezzo può arrivare molto vicino agli animali senza incontrare cancelli, percorsi definiti o sistemi di controllo.

In altri comparti si è sviluppata da tempo una separazione più netta fra allevamento e ambiente esterno, con recinzioni, accessi regolamentati, cambio degli indumenti e procedure precise, anche in risposta a specifiche disposizioni normative. Nelle aziende bovine cominciamo soltanto ora a vedere maggiore attenzione, a partire da interventi semplici come un cancello d’ingresso, una recinzione e la necessità di annunciarsi prima di raggiungere la stalla.

Nelle nuove strutture la biosicurezza dovrebbe incidere anche sui percorsi. Un automezzo che consegna i mangimi, per esempio, dovrebbe raggiungere i punti di scarico senza attraversare le zone frequentate dagli animali. Sull’esistente il lavoro è più complesso, ma è comunque possibile introdurre separazioni e stabilire zone oltre le quali i mezzi esterni non devono spingersi.

Alla biosicurezza si affianca il problema dell’interazione con la fauna selvatica.

Alcune specie possono rappresentare un rischio sanitario, mentre nei territori interessati dai grandi predatori si pone un’esigenza di protezione del bestiame (soprattutto di vitelli e manzette) e delle aree esterne.

Il rapporto fra allevamento e società è cambiato profondamente. Trenta o quarant’anni fa la stalla faceva parte dell’esperienza collettiva; oggi molte persone non sono mai entrate in un allevamento e lo giudicano soprattutto da ciò che vedono dall’esterno. Questa distanza influenza anche il modo in cui si progetta una stalla?

«Sì, e ce ne siamo resi conto durante alcune giornate aperte organizzate nelle aziende. Molti visitatori entravano per la prima volta in una stalla e mostravano una curiosità autentica, insieme alla sorpresa di scoprire come vengono realmente allevati gli animali.

In questa situazione acquistano importanza anche elementi che aiutano il cittadino a comprendere ciò che accade. Un’area esterna nella quale gli animali possano uscire, per esempio, può avere un valore che va oltre la funzione zootecnica, purché sia realmente utilizzabile e non una semplice soluzione di facciata.

L’aspetto percepito più immediatamente rimane comunque l’ordine all’interno dell’azienda. Quando entro per la prima volta in un allevamento guardo come sono organizzati gli spazi, perché spesso l’ordine fisico riflette anche l’attenzione con cui viene condotta la gestione.

Materiali abbandonati, attrezzature collocate senza criterio e aree sporche peggiorano l’immagine dell’allevamento, complicano il lavoro e favoriscono problemi igienici, compresa la presenza di roditori. Una buona progettazione dovrebbe quindi prevedere depositi, aree di servizio e percorsi che aiutino a mantenere ordine nel tempo. Sono aspetti utili alla gestione quotidiana e, nello stesso momento, rendono più comprensibile all’esterno la qualità del lavoro svolto in azienda».

Abbiamo visto che la sfida principale sarà intervenire sulle strutture esistenti, spesso cresciute attraverso ampliamenti successivi e difficilmente sostituibili con una stalla nuova. Davanti a un’azienda che voglia preparare la propria stalla per i prossimi vent’anni, da dove si comincia e secondo quale ordine vanno prese le decisioni?

«La sequenza deve cominciare da una diagnosi del funzionamento reale dell’azienda. Occorre osservare dove riposano gli animali, come raggiungono alimento e acqua, quali competizioni si creano e come sono organizzati i gruppi. Nello stesso tempo bisogna valutare il microclima, perché ventilazione, ombreggiamento e raffrescamento incidono direttamente su benessere, produzione e fertilità.

Il passaggio successivo consiste nel ricostruire i flussi: gli spostamenti degli animali e degli operatori, il transito dei mezzi, la distribuzione dell’alimento e il percorso delle deiezioni. Nelle stalle cresciute attraverso ampliamenti successivi, molti problemi nascono proprio dall’interferenza fra queste attività.

A quel punto si può individuare la criticità che limita maggiormente l’allevamento e stabilire le priorità. In un’azienda può essere la ventilazione, in un’altra la zona di alimentazione, la collocazione delle asciutte, la pulizia delle corsie o la mancanza di box di separazione. Vanno considerate anche la gestione degli effluenti, la disponibilità di energia e acqua e la continuità delle funzioni essenziali.

L’automazione può entrare in questo percorso quando risponde a un problema preciso e viene accompagnata dalle modifiche necessarie agli spazi. Inserire una macchina in un’organizzazione poco razionale rischia di trasferire nel nuovo sistema tutti i limiti già presenti.

Sull’esistente si procede inevitabilmente per fasi. Ogni intervento deve risolvere una criticità concreta e preparare l’intervento successivo, evitando di aggiungere un altro elemento isolato a una struttura già frammentata. Il punto è costruire una direzione riconoscibile, anche quando il miglioramento richiederà diversi anni».

La gestione dei vitelli nei primi giorni di vita cambierà, con la prospettiva di un contatto più prolungato con la madre. La stessa vitellaia come ambiente di allevamento sta guadagnando attenzione per il suo ruolo strategico. Tutto ciò inciderà sulla progettazione della stalla?

«È sicuramente un fatto positivo che il reparto vitelli stia ricevendo attenzioni crescenti in questi ultimi 10-15 anni; in effetti, l’allevatore di oggi è molto più cosciente del fatto che le vitelle sono il futuro dell’allevamento e, d’altronde, alcune recenti ricerche hanno dimostrato che il modo di allevare questi soggetti può avere grande influenza sulle capacità produttive delle future bovine e sulla loro resistenza alle malattie.

Le nuove normative europee sul benessere animale potranno stabilire vincoli più restrittivi rispetto a quelli attuali nel modo di allevare i vitelli; nel recente Parere Scientifico “Welfare of calves ” di EFSA (2023) si raccomanda l’allevamento con la madre per almeno le prime 24 ore di vita e poi l’allevamento in coppia e non in box singolo per le prime 8 settimane; inoltre, si indica una superficie minima per i vitelli in gruppo di almeno 3 m2/capo, superiore all’attuale valore di 1,8 m2/capo per vitelli di peso vivo pari o superiore a 220 kg.

Ovviamente, tutto questo inciderà nella fase di progettazione di nuove stalle o nella ristrutturazione di stalle esistenti, anche perché il collocamento del reparto vitelli dovrebbe tenere in considerazione il facile collegamento con le aree di parto e con le stalle destinate alla rimonta; inoltre, si dovrà porre grande attenzione all’organizzazione del lavoro, all’igiene delle aree di stabulazione, all’accurata pulizia e disinfezione delle attrezzature utilizzate per la somministrazione del latte e al controllo ambientale (ventilazione adeguata, eventuale raffrescamento estivo o riscaldamento invernale)».