Dalla riduzione delle emissioni della stalla alla separazione di urine e feci, fino a robot, alimentazione automatica, fotovoltaico e riserve idriche: nella seconda parte dell’intervista Paolo Rossi sposta l’attenzione dagli edifici ai sistemi che devono farli funzionare.
Nella prima parte dell’intervista Paolo Rossi ha ripercorso il passaggio dalla posta fissa alla stabulazione libera, dalla sala di mungitura alla stalla aperta e raffrescata, fino al nodo che considera decisivo per i prossimi anni: migliorare un patrimonio di edifici esistenti spesso cresciuti per ampliamenti successivi. La seconda parte entra nei sistemi che oggi devono essere integrati in quel patrimonio: emissioni ed effluenti, robotica, alimentazione, energia e acqua.
L’apertura degli edifici ha aiutato a contrastare il caldo. L’attenzione crescente alle emissioni sembra spingere nella direzione opposta, perché una stalla aperta rende più difficile intercettare ammoniaca, metano, polveri e bioaerosol. Potremmo tornare verso strutture chiuse e climatizzate?
«Nel settore bovino considero molto difficile seguire la strada della stalla completamente chiusa e climatizzata. Controllare tutta l’aria in uscita sarebbe interessante dal punto di vista delle emissioni, ma richiederebbe di affidare per l’intero anno il ricambio dell’edificio alla ventilazione meccanica, conciliando esigenze molto diverse fra estate e inverno.
Negli Stati Uniti esistono grandi stalle chiuse nelle quali questo modello è stato applicato. Durante l’estate i ventilatori possono lavorare con portate elevate, anche se ciò comporta consumi energetici importanti. Il problema si complica in inverno, quando il ricambio deve continuare a eliminare umidità e gas senza creare velocità e correnti fastidiose per gli animali.
La difficoltà aumenta con le dimensioni dell’edificio. In una stalla molto larga e lunga, richiamare l’aria da un’estremità all’altra richiede un controllo accurato delle portate e della pressione interna. Se la ventilazione viene ridotta troppo, l’aria non raggiunge tutte le zone; se viene aumentata, crescono consumi e rischio di correnti eccessive. In base alle esperienze che ho esaminato, è soprattutto la ricerca di questo equilibrio in tutte le stagioni a rendere poco convincente, per i bovini, l’idea di chiudere la stalla allo scopo di intercettarne le emissioni».
Dove si può intervenire, allora?
«Se la captazione dell’aria in una stalla aperta è difficile, diventa ancora più importante intervenire nei punti in cui le emissioni si formano. La permanenza delle deiezioni sulle corsie aumenta il tempo e la superficie potenzialmente interessati dalle emissioni di ammoniaca e odori. Frequenza e modalità di pulizia diventano quindi componenti importanti della strategia di mitigazione, insieme alla rapida separazione della componente liquida da quella solida.
In molte stalle i raschiatori vengono azionati meno spesso di quanto sarebbe opportuno, anche perché i sistemi tradizionali presentano limiti e interferiscono con il movimento degli animali. Le soluzioni più recenti consentono passaggi più frequenti, mentre i robot mobili possono raggiungere aree che i raschiatori fissi non riescono a pulire. La loro introduzione va comunque valutata in rapporto alla conformazione della stalla e alla loro affidabilità.
L’intervento deve proseguire fuori dall’edificio. Negli stoccaggi i liquami continuano a emettere, soprattutto quando rimangono esposti su superfici ampie. Una copertura correttamente progettata può contribuire a ridurre le emissioni di ammoniaca e la diffusione degli odori; l’efficacia dipende dal tipo di copertura e dalla gestione dell’impianto. Il percorso va dunque considerato nel suo insieme, dalla corsia fino allo stoccaggio».
La separazione di urine e feci viene spesso presentata come una frontiera recente. Lo è?
«Il principio in realtà è conosciuto da tempo. Nel settore suinicolo sono state realizzate strutture nelle quali la pendenza del pavimento della fossa sotto al fessurato e il movimento di un raschiatore consentono di separare la componente liquida da quella solida.
Anche nelle stalle bovine abbiamo utilizzato, già trent’anni fa, un sistema che sfrutta la corsia di pulizia per separare rapidamente la componente liquida. Sotto il pavimento viene collocata una tubazione longitudinale in pendenza, collegata alla superficie attraverso aperture ricavate lungo l’alloggiamento dell’asta del raschiatore. L’urina e la parte più liquida possono così defluire nel tubo, mentre il materiale più consistente rimane sulla corsia e viene trascinato dal raschiatore.
Il vantaggio ricercato consiste nel ridurre il tempo durante il quale urine e feci restano mescolate sul pavimento e la permanenza della frazione liquida sulle corsie, limitando così le condizioni che favoriscono la formazione di ammoniaca. In una stalla nuova tubazione, pendenze e punti di scarico possono essere predisposti prima del getto della corsia; intervenire in seguito richiede invece di demolire e ricostruire buona parte della pavimentazione.
Un’evoluzione dello stesso principio è rappresentata dai pavimenti scanalati. Le scanalature favoriscono il drenaggio dell’urina, mentre un raschiatore sagomato per entrare nei solchi rimuove la frazione solida senza lasciare accumuli. Di recente abbiamo progettato una stalla nella quale l’allevatore sta valutando una soluzione di questo tipo».
Il problema, quindi, è la diffusione?
«Esatto. Disponiamo già di tecniche applicabili e sperimentate, ma la loro diffusione rimane limitata. Una parte importante del lavoro dei prossimi anni consisterà nel favorirne l’adozione. Nelle stalle nuove una tubazione sotto la corsia ha un’incidenza relativamente limitata sul costo di costruzione complessivo; inserirla successivamente significa demolire il pavimento e rifarlo.
Le scelte compiute in fase di progetto determinano per molti anni le possibilità di gestione della stalla. Per questo conviene prevedere oggi anche esigenze che potrebbero diventare più stringenti con le norme future».
La robotica promette di eliminare alcuni vincoli storici della stalla: corsie dimensionate per la ruspa, passaggi per il carro miscelatore, aree di attesa legate alla mungitura. Le macchine stanno già cambiando il layout?
«Dipende molto dalla macchina e dal problema che deve risolvere. I robot mobili per la pulizia risultano particolarmente interessanti nelle stalle con mungitura automatica, perché attorno al robot di mungitura si formano spazi di passaggio, attesa e selezione difficilmente raggiungibili dai raschiatori tradizionali. Questi lavorano lungo percorsi fissi e rettilinei, mentre vicino alla mungitura gli animali si muovono in più direzioni e attraversano aree collegate fra loro.
Se la stalla è progettata con pavimenti continui, senza gradini e con pochi ostacoli, il robot di pulizia può spostarsi da una corsia all’altra e raggiungere anche queste zone. Si evita così di pulirle a mano e si riduce il rischio che proprio gli spazi più frequentati restino sporchi. La macchina comincia quindi a influire sul progetto, perché richiede pendenze contenute, passaggi sufficientemente ampi, punti di scarico accessibili e collegamenti privi di dislivelli.
Le esperienze raccolte presso alcuni allevatori invitano tuttavia alla prudenza. Alcune macchine possono fermarsi, raccogliere male le deiezioni o incontrare difficoltà nello scarico. Se l’intera pulizia dipende da un solo robot, ogni interruzione si traduce rapidamente in corsie sporche e lavoro manuale. Oggi lo utilizzerei soprattutto dove offre un vantaggio evidente e difficilmente ottenibile con altri sistemi, come l’area attorno al robot di mungitura; con una maggiore affidabilità potrà assumere un ruolo più ampio».
Sull’alimentazione il giudizio è diverso?
«Sì. I sistemi automatici di preparazione e distribuzione dell’unifeed sono molto interessanti. Possono lavorare con passaggi più frequenti e carichi più piccoli, utilizzando energia elettrica prodotta anche dal fotovoltaico; in questo modo si possono ridurre notevolmente i consumi di gasolio e le emissioni dei motori termici all’interno o in prossimità della stalla.
L’aspetto più interessante è la possibilità di modificare la frequenza con cui l’alimento viene portato in mangiatoia. Il sistema può preparare e distribuire quantità più piccole molte volte durante la giornata. La razione non viene così messa a disposizione tutta insieme, ma suddivisa in una successione di pasti. Questo può favorire un’ingestione più regolare, in particolare nelle bovine più produttive.
Cambia anche il comportamento del gruppo. Quando l’alimento arriva una o due volte, richiama contemporaneamente molti animali e aumenta la competizione per i posti disponibili. Distribuzioni più frequenti e regolari possono attenuare i picchi di affollamento e offrire alle bovine subordinate maggiori occasioni di accesso senza essere allontanate dalle dominanti. La frequenza permette inoltre di adattare meglio le quantità al consumo effettivo. L’alimento rimane meno tempo in corsia, viene rinnovato più spesso e possono ridursi i residui. Questo vale anche nelle aziende del Parmigiano Reggiano, senza insilato e con molto fieno: oggi esistono soluzioni capaci di prelevare, miscelare e distribuire correttamente razioni basate su foraggi secchi».
È sufficiente inserire un robot per migliorare il funzionamento della stalla?
«L’automazione offre i risultati migliori quando viene considerata insieme all’organizzazione del lavoro, al comportamento degli animali e all’uso degli spazi. Un robot modifica tempi, percorsi, punti nei quali gli animali si concentrano e attività che rimangono affidate agli operatori. Non dovrebbe essere trattato come una macchina da collocare semplicemente nello spazio disponibile.
In una stalla nuova si può progettare attorno all’automazione: eliminare passaggi inutili, evitare incroci fra animali e mezzi, predisporre aree di attesa e separazione, garantire percorsi regolari e spazi per la manutenzione. Nelle strutture esistenti, invece, il robot deve adattarsi a un’organizzazione già costruita. Può risolvere problemi specifici, ma tende anche a ereditarne i limiti: corsie strette, dislivelli, percorsi interrotti o aree insufficienti.
Prima di scegliere la macchina bisognerebbe quindi chiarire quale funzione si vuole migliorare e quali modifiche richiederà al resto della stalla. Più il robot è integrato nel progetto complessivo, più riesce a trasformare davvero l’organizzazione dell’allevamento».
Robot di mungitura, ventilatori, pompe, refrigerazione, sensori e sistemi automatici hanno reso la stalla sempre più dipendente dall’elettricità. Il tema riguarda ormai anche la sicurezza: un’interruzione prolungata può compromettere rapidamente la mungitura, il raffrescamento degli animali e la conservazione del latte. L’autonomia energetica e la continuità dell’alimentazione devono entrare stabilmente nella progettazione?
«Certamente. Nelle aziende che abbiamo seguito più di recente, la possibilità di installare il fotovoltaico è entrata stabilmente fra le richieste progettuali. Gli allevatori sono consapevoli dell’aumento dei consumi e cercano di ridurre la dipendenza dalla rete e dalle oscillazioni del costo dell’energia.
Il fotovoltaico, da solo, difficilmente può garantire una vera autonomia, perché la stalla consuma energia anche quando l’impianto non produce, ed ecco perché le batterie possono permettere di utilizzare nelle ore successive una parte dell’energia prodotta durante il giorno. Per garantire continuità in caso di interruzione della rete occorrono però anche inverter idonei, sistemi di commutazione e backup progettati per alimentare i carichi essenziali. Molti impianti realizzati in passato nelle aziende zootecniche sono privi di accumulo; nei progetti di ammodernamento cominciamo invece a vedere batterie e sistemi di backup. È un investimento importante, da dimensionare in rapporto ai consumi e alle funzioni da mantenere attive, ma in una stalla sempre più elettrificata la sicurezza energetica entra direttamente nella sicurezza produttiva».
La stessa esigenza di sicurezza si pone anche per l’acqua. Nel corso delle mie visite mi è capitato di incontrare una sola stalla dotata di un vero serbatoio di emergenza, simile a quelli presenti nei grandi fabbricati logistici. L’azienda disponeva di un pozzo, ma l’allevatore considerava comunque inaccettabile il rischio di rimanere senz’acqua anche soltanto per una giornata. La disponibilità idrica dovrebbe diventare un criterio stabile di progettazione?
«Sì, perché una stalla da latte utilizza quantità importanti di acqua e non può permettersi interruzioni prolungate. Prima di tutto c’è l’acqua destinata agli animali; si aggiungono poi i consumi legati alla mungitura, ai lavaggi, alla pulizia degli ambienti e ai sistemi di raffrescamento.
Non tutti gli impieghi richiedono però acqua con le stesse caratteristiche. Quella destinata all’abbeverata e alla pulizia dell’impianto di mungitura deve rispettare requisiti elevati. L’acqua piovana raccolta dalle coperture può invece essere destinata, dopo un’adeguata valutazione tecnica e sanitaria, agli usi compatibili, come alcuni lavaggi esterni o dei pavimenti, mediante una rete separata da quella potabile e da quella impiegata per mungitura e attrezzature a contatto con il latte.
Le tecnologie necessarie esistono già: vasche prefabbricate, serbatoi interrati, sistemi di raccolta e reti separate. Il problema è che vengono ancora inserite raramente nei progetti. Nelle nuove stalle sarebbe utile predisporre fin dall’inizio spazi e collegamenti, anche quando l’accumulo non viene realizzato immediatamente».
Nella terza e ultima puntata l’intervista prosegue con il comportamento animale come criterio progettuale, gli spazi di servizio, la compost barn, la biosicurezza e il rapporto con la società, fino alle priorità con cui preparare una stalla ai prossimi vent’anni e al ruolo crescente del reparto vitelli.

