La biosicurezza sta assumendo un peso crescente anche negli allevamenti bovini da latte, dove la prevenzione delle malattie infettive è stata tradizionalmente meno strutturata rispetto ad altri comparti zootecnici. Tuttavia, ll cambiamento del quadro sanitario e l’evoluzione normativa richiedono oggi maggiore attenzione agli accessi, alla movimentazione degli animali e alle condizioni che possono favorire la circolazione dei patogeni.
A questi temi è stato dedicato l’Alleva Forum del 6 novembre 2026, ospitato presso il Consorzio del Parmigiano Reggiano a Reggio Emilia e fruibile anche online. A introdurre e coordinare i lavori è stato Giovanni Buonaiuto, responsabile del Servizio Produzione Primaria del Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano, che ha spiegato la scelta di affrontare questo argomento destinato ad acquisire ulteriore importanza nella gestione delle stalle del comprensorio.
La questione assume particolare rilievo per una filiera che produce una DOP esportata in tutto il mondo. Le emergenze sanitarie possono infatti determinare restrizioni che, secondo la malattia e le decisioni dei Paesi importatori, interessano anche gli scambi internazionali dei prodotti lattiero-caseari.
Una prevenzione costruita sui rischi dell’azienda
Marilena Bolcato, del Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie dell’Università di Bologna, ha distinto le due componenti della biosicurezza. Quella esterna comprende le misure per ridurre il rischio di introduzione dei patogeni; quella interna limita la loro circolazione fra animali e reparti quando l’infezione è già presente.
Un allevamento può curare l’igiene degli ambienti e continuare a essere esposto a infezioni introdotte attraverso animali acquistati, persone, mezzi o attrezzature. Analogamente, controllare gli ingressi serve a poco contro un patogeno già presente nella mandria se mancano adeguate misure di separazione dei gruppi.
La relatrice ha illustrato un percorso che parte dall’identificazione dei pericoli, passa attraverso la valutazione dell’esposizione e la caratterizzazione del rischio e arriva alla scelta degli interventi. Occorre considerare la situazione sanitaria della mandria, le malattie presenti sul territorio e le modalità attraverso cui gli animali possono entrare in contatto con gli agenti infettivi.
Igiene ambientale insufficiente, ventilazione inadeguata e presenza di insetti aumentano le possibilità di esposizione. Densità animale elevata, contatti fra gruppi e condivisione di attrezzature possono favorire la trasmissione, mentre stato nutrizionale, stress e protezione vaccinale influiscono sulla suscettibilità alle infezioni.
Un’azienda a rimonta interna presenta esigenze differenti da un allevamento che introduce regolarmente bovini dall’esterno. Contano anche la disposizione dei reparti, gli accessi di persone e mezzi e le possibilità di separare gli animali.
Marilena Bolcato ha insistito inoltre sulla valutazione dei costi e dei benefici. Tempo, personale e investimenti disponibili condizionano la scelta delle misure, che devono poter essere applicate con continuità. Formazione degli addetti e verifiche periodiche sono altrettanto importanti: procedure tecnicamente corrette perdono efficacia quando vengono rispettate soltanto occasionalmente.
La normativa e le conseguenze per la stalla
Cristina Liverani, dell’Area Sanità Veterinaria e Igiene degli Alimenti della Regione Emilia-Romagna, ha approfondito il quadro normativo. Il Regolamento UE 2016/429 attribuisce già agli allevatori responsabilità precise sulla salute degli animali e sulla riduzione del rischio di diffusione delle malattie.
Dopo i provvedimenti specifici per suini e avicoli, è in preparazione una disciplina dedicata ai ruminanti. La proposta illustrata distingue requisiti minimi, requisiti aggiuntivi per gli allevamenti ordinari stabulati a elevata capacità e misure auspicabili ma non obbligatorie. I controlli dovrebbero essere programmati anche in funzione della categorizzazione del rischio attraverso ClassyFarm.
Si tratta di indicazioni ancora in definizione, distinte dagli obblighi già vigenti.
Un elemento centrale è l’individuazione della zona pulita, destinata alla stabulazione e al governo degli animali, nella quale l’accesso di persone, mezzi e attrezzature deve essere controllato.
La proposta prevede procedure igieniche per chi entra in queste aree, con particolare attenzione a indumenti e calzature. Il problema riguarda anche veterinari, tecnici e altri operatori che frequentano più allevamenti. È inoltre prevista la registrazione degli ingressi di persone e veicoli esterni nella zona pulita, per consentire la ricostruzione dei contatti in caso di necessità sanitaria.
Per le stalle da latte un esempio significativo è il ritiro quotidiano del latte.
L’area di stoccaggio e carico dovrebbe consentire all’autocisterna di operare senza accedere alle zone destinate agli animali. Una soluzione che può richiedere modifiche alla viabilità interna, soprattutto nelle aziende ampliate progressivamente.
Particolare attenzione va riservata ai bovini introdotti da altri allevamenti. Oltre alla conoscenza della provenienza e dello stato sanitario, occorre prevedere la possibilità di mantenerli separati dalla mandria per un periodo commisurato al rischio. L’isolamento riguarda invece gli animali malati, sospetti o da separare per ragioni sanitarie. Nelle strutture esistenti possono essere necessarie soluzioni organizzative o spazi temporanei, purché assicurino un’adeguata separazione epidemiologica.
La gestione delle attrezzature, la rimozione degli animali morti, la protezione degli alimenti e la prevenzione delle contaminazioni da effluenti rientrano nelle misure illustrate. Altrettanto importante è limitare le condizioni favorevoli alla proliferazione di roditori e insetti.
Fra i requisiti aggiuntivi della proposta figurano un piano di biosicurezza predisposto con il veterinario, uno spazio per il cambio di indumenti e calzature e procedure documentate di controllo degli infestanti. Recinzioni continue della zona pulita, spogliatoi esclusivi e piazzole dedicate al lavaggio dei mezzi sono invece fra le soluzioni considerate auspicabili ma non obbligatorie.
I vettori e le malattie del territorio
Mattia Calzolari, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, ha illustrato i rischi sanitari legati agli artropodi vettori. La trasmissione dipende dall’interazione fra agente patogeno, ospite, vettore e condizioni ambientali. Temperature e umidità influenzano presenza e attività degli insetti; il cambiamento climatico può modificarne distribuzione e stagionalità, mentre la comparsa delle malattie dipende anche dalla circolazione dei patogeni e dalla presenza di animali suscettibili.
Il relatore ha distinto i vettori biologici, nei quali il patogeno compie parte del ciclo o si moltiplica, da quelli meccanici, che possono trasferirlo fra animali senza che ciò avvenga.
Zanzare, culicoidi, flebotomi e altri artropodi ematofagi presentano esigenze ambientali differenti. Alcuni si sviluppano in acqua, altri in suoli umidi o substrati ricchi di sostanza organica. La loro gestione richiede quindi interventi specifici, basati sulle caratteristiche delle specie presenti.
Fra le infezioni richiamate figura la Bluetongue, trasmessa principalmente da culicoidi. Le forme più gravi interessano generalmente gli ovini; nei bovini l’infezione è spesso subclinica, ma può provocare febbre, riduzioni produttive e, secondo il sierotipo, manifestazioni più importanti.
Il problema riguarda già l’Emilia-Romagna. I dati SIMAN presentati durante l’incontro hanno documentato la circolazione della Bluetongue anche nelle province di Parma e Reggio Emilia.
Il controllo degli insetti può contribuire a ridurre l’esposizione, ma deve accompagnare le altre misure previste per ciascuna malattia, comprese sorveglianza, gestione delle movimentazioni e vaccinazione quando indicata.
La dermatite nodulare contagiosa e l’esperienza sarda
Luisa Loli Piccolomini, dell’Area Sanità Veterinaria e Igiene degli Alimenti della Regione Emilia-Romagna, ha presentato il caso della Lumpy Skin Disease (LSD), o dermatite nodulare contagiosa bovina.
La malattia è causata da un Capripoxvirus, non è trasmissibile all’uomo e si diffonde soprattutto attraverso artropodi con funzione meccanica. Il primo focolaio italiano è stato segnalato il 20 giugno 2025 in Sardegna. Secondo i dati illustrati dalla relatrice, nell’isola sono stati registrati 80 focolai nel 2025 e altri 10 nel 2026, con l’ultimo riportato all’8 luglio.
L’infezione può essere trasmessa prima della comparsa dei caratteristici noduli cutanei, anche da animali che non sviluppano tali lesioni. La loro assenza non esclude quindi il rischio sanitario di un bovino introdotto in allevamento. Fra le manifestazioni cliniche figurano febbre, scolo nasale, lesioni cutanee e, nelle vacche da latte, possibili cali produttivi. I sospetti devono essere segnalati tempestivamente al Servizio veterinario.
Trattandosi di una malattia di categoria A, le misure di controllo comprendono l’abbattimento sanitario dei bovini presenti nell’allevamento infetto e restrizioni delle movimentazioni, secondo i provvedimenti dell’autorità competente. In Sardegna la campagna vaccinale obbligatoria ha raggiunto nel 2025 il 96,5% dei capi ed è proseguita nel 2026.
Cipriano Foxi, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sardegna, ha infine approfondito l’esperienza maturata nell’isola, insistendo sulle condizioni ambientali che favoriscono la presenza degli insetti. Eliminare i ristagni d’acqua, gestire regolarmente le deiezioni e curare la vegetazione intorno alla stalla sono interventi che possono ridurre gli ambienti favorevoli alla proliferazione di diversi artropodi. La loro efficacia dipende dalle specie presenti e dalle condizioni locali.
Nelle conclusioni Giovanni Buonaiuto ha richiamato il valore pratico delle indicazioni emerse. Gestione degli accessi, organizzazione dei percorsi e igiene degli ambienti sono aspetti sui quali gli allevatori possono intervenire già oggi, valutando con il veterinario aziendale – ma anche approfittando della possibilità di avvalersi del contributo del Servizio di Produzione Primaria del Consorzio – le condizioni della propria struttura e le priorità di prevenzione.
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