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Beef on Dairy: la scelta del toro guarda alla filiera

Facilità di parto e maggiore valore del vitello restano obiettivi fondamentali, ma il Beef on Dairy sta entrando probabilmente in una fase più matura. È un tema che riguarda tutta la zootecnia da latte e quindi anche il comprensorio del Parmigiano Reggiano. Su Alleva ne abbiamo già parlato presentando V_Ingrasso, il progetto che studia la possibilità di sviluppare una filiera bovina da carne a partire dalle stalle da latte del comprensorio, confrontando anche vitelli frisoni e incroci Blu Belga.

Questa volta facciamo un passo indietro nella filiera, fino alla fecondazione. è pratica orami comune concentrare la rimonta sulle bovine geneticamente più interessanti e utilizzare seme da carne su una quota maggiore della mandria. Se una parte delle bovine non viene destinata alla produzione della rimonta, quale toro da carne conviene utilizzare? Le prime preoccupazioni restano evitare difficoltà al parto e ottenere un vitello con un valore commerciale superiore a quello di un Frisone puro, ma la scelta genetica continua a produrre effetti durante l’ingrasso e fino alla macellazione.

È quanto sta emergendo anche dal dibattito americano sul Beef on Dairy. Warren Rusche, specialista di feedlot della South Dakota State University, osserva che negli Stati Uniti si sta superando la fase del cosiddetto “cheap and black”: scegliere semplicemente un toro da carne economico, spesso Angus o comunque a mantello nero, per ottenere un vitello facilmente commerciabile. Oggi nella scelta entrano sempre più spesso dimensione dell’animale adulto, altezza, struttura, arti, capacità di sopportare il caldo, comportamento durante l’ingrasso e caratteristiche della carcassa.

Dalla facilità di parto alla carcassa

La selezione americana ha spinto molto su crescita e peso della carcassa, ma l’aumento delle dimensioni degli animali sta facendo emergere alcuni limiti. Rusche segnala strutture di contenimento non sempre dimensionate per bovini molto grandi, maggiore difficoltà nella movimentazione, rischio di contusioni durante trasporto e macellazione, robustezza degli arti e capacità di affrontare temperature elevate. Anche una carcassa più pesante può produrre tagli più grandi e costosi, non sempre corrispondenti alle caratteristiche richieste dal consumatore.

La situazione non può essere trasferita direttamente all’Italia, dove sono differenti razze utilizzate, sistemi di ingrasso, pesi finali e caratteristiche richieste alla carne. Resta però valido il principio: il toro Beef on Dairy ideale non esiste in assoluto, ma dipende dall’animale che si vuole ottenere e dal mercato al quale è destinato.

In Italia il fenomeno ha già dimensioni rilevanti. Secondo un’analisi ANAFIBJ sui dati del Libro genealogico, nel 2023 circa 430.000 delle oltre 2 milioni di fecondazioni effettuate sulla Frisona Italiana sono state realizzate con seme di razze da carne, quindi circa il 20%. Il Blu Belga rappresentava circa l’84% delle fecondazioni Beef on Dairy, molto davanti ad Angus, Inra95 e Limousine.

La prevalenza del Blu Belga mostra quanto il mercato indirizzi la scelta genetica. La razza è apprezzata dai commercianti per la conformazione evidente del vitello, la riconoscibilità e le prospettive di crescita: caratteristiche immediatamente leggibili e valorizzabili nelle prime fasi della vita.

L’Angus segue una strada diversa. Una delle caratteristiche che ne sostengono il successo negli Stati Uniti, la maggiore marezzatura della carne, incontra in Italia una domanda più limitata.

Il punto tecnico diventa capire se il vitello che vale di più al momento della vendita sia anche quello capace di produrre il risultato economico migliore alla fine dell’ingrasso. Crescita, consumo di alimento, stato sanitario, caratteristiche della carcassa, dimensione dei tagli, quantità di grasso e richieste del mercato possono modificare il valore dell’animale nei diversi passaggi della filiera.

Scegliere il toro pensando anche a ciò che viene dopo

Sulla prima parte del percorso sono già disponibili molte informazioni. Anche i dati italiani mostrano differenze tra razze paterne per facilità di parto, durata della gestazione e natimortalità, parametri essenziali per l’allevatore da latte e direttamente collegati alla convenienza dell’incrocio.

Meno conosciuto è ciò che accade quando il vitello entra nella filiera carne. Collegare la scelta iniziale del toro alle prestazioni successive permetterebbe di considerare crescita, fabbisogno alimentare, salute e funzionalità durante l’ingrasso, caratteristiche della carcassa e valore economico finale.

È su questo terreno che può svilupparsi ulteriormente il Beef on Dairy italiano. Nella scelta dei tori possono entrare accrescimento, efficienza alimentare, robustezza degli arti, peso finale e caratteristiche della carcassa, ma occorre anche capire quali di questi elementi siano effettivamente remunerati dagli ingrassatori. La forte prevalenza del Blu Belga pone inoltre una questione: quanto questa scelta rifletta le esigenze dell’intera filiera e quanto quelle del mercato del vitello nelle prime settimane di vita?

È una domanda che si collega direttamente anche al lavoro avviato nel comprensorio del Parmigiano Reggiano. V_Ingrasso porta infatti il ragionamento oltre la vendita del vitello, seguendo l’allevamento fino a 14-15 mesi e confrontando nelle prove vitelli maschi frisoni e incroci Blu Belga nati in azienda. Il progetto considera gli aspetti tecnici, gestionali e sanitari, il benessere animale, la qualità delle carni e i margini economici. Se si vuole valutare il Beef on Dairy come possibile filiera e non soltanto come modo per aumentare il valore del vitello, sono proprio questi i risultati che diventano rilevanti.