Le clostridiosi sono un rischio concreto negli allevamenti da latte, rientrando tra le cause più ricorrenti di morte improvvisa, per la presenza diffusa dei clostridi e perché ci sono punti critici lungo una filiera estremamente ampia che parte dal campo e arriva in stalla. Diagnosi corretta, strategie di prevenzione, tecniche di fienagione e sanità del foraggio sono tra i passaggi chiave che determinano quanto l’azienda riesca a contenere l’esposizione delle bovine al rischio e a ridurre quindi la probabilità di casi clinici.
Di questo si è parlato nel seminario tecnico di ieri, svoltosi nell’Auditorium di via J.F. Kennedy 18 a Reggio Emilia e fruibile anche in streaming.

In apertura Marco Nocetti, sottolineando come queste occasioni di formazione e aggiornamento tecnico siano diventate ormai un appuntamento frequente e di alto livello tecnico, ha anche presentato, in un passaggio simbolico di consegne, Giovanni Buonaiuto, nuovo responsabile del Servizio Produzione Primaria, che poi ha moderato l’incontro.
Dopo il dibattito finale, il buffet per i partecipanti, offerto da Zoetis.

Dalla diagnosi alla prevenzione, il quadro sanitario delle clostridiosi

La relazione di Alice Prosperi (IZSLER, sede territoriale di Parma) ha aperto con l’inquadramento dei clostridi: batteri Gram-positivi, anaerobi e formatori di spore. E proprio la spora è stata il filo conduttore dell’intervento, perché spiega la persistenza ambientale dei clostridi e il motivo per cui l’esposizione in allevamento non si “azzera”. Nel suolo umido e ricco di sostanza organica le spore possono restare presenti a lungo per rientrare a un certo punto nel ciclo aziendale. La differenza tra una presenza diffusa e un problema clinico nasce dall’incontro tra carico di contaminazione e condizioni predisponenti.
In stalla, però, la morte rapida viene spesso attribuita in modo automatico ai clostridi, mentre può dipendere da condizioni diverse e non sovrapponibili tra loro.
La relatrice ha ricordato che le clostridiosi non sono un blocco unico. Esistono forme in cui il danno nasce nei tessuti, con lesioni locali legate a clostridi istotossici; esistono forme in cui il problema è tossinico e colpisce il sistema nervoso, come nel botulismo. Le enterotossiemie rientrano in un terzo schema, perché l’evento parte dall’intestino, che diventa il punto di avvio, perché è lì che il microrganismo può moltiplicarsi in condizioni favorevoli e produrre tossine. Sono le tossine a spiegare perché il quadro possa diventare rapidamente grave, con evoluzione veloce e spesso scarsa finestra di intervento.
In altre parole, la categoria enterotossiemia serve a distinguere un problema che nasce dal tratto intestinale e dalla tossinogenesi da altri quadri clostridici che hanno un’origine diversa, pur potendo presentarsi tutti, in campo, come eventi acuti.
Alice Prosperi ha insistito sulla necessità di arrivare a una conferma diagnostica con un percorso verificabile. Nel caso di Clostridium perfringens è stato richiamato l’iter basato su coltura quantitativa in anaerobiosi da contenuto intestinale e ricerca dei geni tossinici con PCR. La qualità del campionamento e il tempo trascorso tra morte e prelievo condizionano la possibilità di interpretare il risultato, perché il contenuto intestinale cambia rapidamente e può rendere poco leggibile anche un dato tecnicamente corretto.
Nella sua presentazione la dr.ssa Prosperi ha riportato indicazioni pratiche su quali campioni raccogliere, come gestirli, quali contenitori utilizzare e come mantenere la catena del freddo per la parte microbiologica.
Parlando poi di botulismo, la relatrice ha quindi richiamato la natura neuro-paralitica della sindrome e la frequente difficoltà di inquadramento, perché il quadro può essere confuso con altre condizioni. Ha ricordato anche la particolare sensibilità del bovino all’azione delle tossine clostridiche, aspetto che rende rilevanti anche esposizioni contenute.
Il richiamo ai dati regionali di focolai ha dato poi un contesto geografico al rischio. Per C. perfringens sono stati citati isolamenti da feci e da visceri nel periodo 2020–2026; per il botulismo bovino sono stati richiamati i focolai complessivi nel periodo 2014–2025.
Emerge il dato della circolarità aziendale, con deiezioni che ritornano al terreno e foraggi che rientrano in stalla, mantenendo nel tempo una pressione di contaminazione.
Il passaggio gestionale ha riportato poi l’attenzione sui punti che, nella pratica, alzano la probabilità di casi clinici.
Per le forme enteriche sono stati citati contaminazione degli alimenti, presenza di terra e micotossine, qualità dell’acqua, presenza di scarti e discontinuità dell’ingestione rispetto alla razione formulata, con il richiamo alla distanza tra razione sulla carta e razione realmente ingerita dalle bovine quando in mangiatoia ci sono cernita diffusa e assunzioni irregolari.
Questi elementi, per gli squilibri nell’assunzione di amido e proteine che determinano, conducono ad alterate condizioni ruminali e intestinali che modificano l’equilibrio microbico e il transito creando contesti favorevoli alla proliferazione batterica.
Sul botulismo la lista dei punti critici ha toccato biosicurezza e gestione aziendale; le operazioni di fienagione quando si lavora in aree e condizioni a rischio; la gestione di sinantropi e carcasse: ratti e topi, piccioni e altri uccelli, gatti randagi, talvolta anche volpi sono un rischio perché possono trasportare e disseminare contaminazioni, anche attraverso feci e carcasse, sporcare foraggi e aree di stoccaggio e rendere più probabile l’ingresso di materiale contaminato in razione.
La parte finale ha toccato quindi la prevenzione vaccinale che va sempre correlata alle tossine specifiche, con il richiamo alla coerenza tra profili tossinici rilevanti, formulazioni e gestione dei richiami nel periodo di esposizione.
Fienagione, terra e spore
La seconda relazione, di Fabrizio Ruozzi (CRPA scpa), ha portato il tema sul campo, e non poteva essere diversamente, dato che la spora clostridica ha nel suolo il proprio serbatoio naturale e la sua presenza diventa un problema quando una quota rilevante di terreno entra nel foraggio.

Le spore vengono ingerite con il foraggio contaminato, passano attraverso l’apparato digerente, vengono eliminate con le feci e tornano in campo con la distribuzione dei reflui, alimentando nel tempo la pressione di contaminazione.
Le cause di inquinamento dei foraggi sono legate all’imbrattamento con liquame o letame e una distribuzione dei reflui troppo ravvicinata allo sfalcio, che aumentano la probabilità di raccogliere materiale contaminato insieme alla massa vegetale.
Il dr. Ruozzi ha anche evidenziato come il rischio stia diventando più evidente negli ultimi anni perché i calendari di spandimento non tengono conto di una ripresa vegetativa anticipata, sempre più evidente, e collegata al cambiamento climatico in atto.
La terra che entra in azienda con il fieno trova una misura analitica indicativa del pericolo nel dato sulle ceneri. In un foraggio di buona qualità le ceneri non dovrebbero superare 10–11% della sostanza secca, soprattutto quando il fieno entra in unifeed, perché la contaminazione si distribuisce su tutta la razione.
Sono stati richiamati i dati CRPA–CFPR 2003–2005 su circa 1.500 fieni. Dati non recenti, ma che mostravano il nesso tra ceneri e contaminazione. Il trend era progressivo: all’aumentare delle spore di Clostridium aumentava anche la media delle ceneri, da circa 9,8% nelle classi più basse a oltre 12% nelle classi più alte.
La presentazione ha poi tradotto quel numero in massa reale.
Ogni punto percentuale di ceneri oltre l’8% corrisponde a circa 9,2 kg di terreno per tonnellata di sostanza secca; una medica al 13% può quindi portare in azienda circa 46 kg di terra per tonnellata di s.s..
Dati più recenti del Servizio Analisi CRPA (2018–2022) hanno dato una misura della frequenza con cui si superano le soglie di attenzione. Su 3.154 campioni di fieno, 1.267 risultavano con ceneri >10% s.s. (circa 40%) e 516 con ceneri >11% s.s. (circa 16%). La medica in purezza compariva più spesso oltre soglia rispetto alle altre categorie: su 931 campioni, 57% era sopra il 10% e 21% sopra l’11%. Sono dati che ricordano che la contaminazione da suolo non è un evento eccezionale e che misurare le ceneri aiuta a capire quanto spesso, in pratica, il cantiere di fienagione sta trascinando terreno nel foraggio.
Regolazioni di taglio, movimentazioni e fienagione in due tempi
Entrando nel cantiere di fienagione, il dr. Ruozzi ha insistito su regolazioni che incidono direttamente sulla quota di terra raccolta. L’altezza di sfalcio e l’angolo di taglio sono stati descritti come variabili che vanno impostate con lucidità, perché tagliare più basso o inclinare troppo la barra può far sembrare maggiore la resa, ma aumenta la probabilità di “grattare” il terreno.
Un angolo di lavoro compreso tra 4° e 10° sotto l’orizzonte rappresenta il range intermedio di riferimento, con l’angolo maggiore in caso di colture allettate.
La meccanica dei coltelli è entrata nello stesso ragionamento. I coltelli piatti tendono a raccogliere meno terreno; i coltelli elicoidali, che favoriscono il taglio del foraggio allettato grazie a un richiamo d’aria, possono aumentare la raccolta di terreno per effetto dell’aspirazione, soprattutto nei tagli estivi con terreno asciutto.
La manutenzione è stata richiamata come elemento non secondario: coltelli ben affilati garantiscono un taglio più netto, riducono l’assorbimento di energia e limitano il disturbo del cotico, mentre regolazioni “aggressive” che puntano a recuperare massa, in particolare su foraggio allettato, tendono ad alzare anche il contenuto di ceneri.
Rivoltamento e andanatura sono passaggi che devono seguire la dinamica di essiccazione.
La presentazione ha ricordato come la sequenza cambi durante la stagione e che conviene tenere conto dello stato di umidità del terreno, della quantità di biomassa da essiccare, della tipologia di foraggio, della temperatura e dell’umidità relativa dell’aria.
In linea generale, l’apertura dell’andana viene effettuata poche ore dopo lo sfalcio per aumentare la superficie esposta all’aria; il rivoltamento viene collocato quando il contenuto d’acqua scende intorno al 50–60%; il restringimento in andana viene usato a fine giornata per ridurre il riassorbimento notturno nei tagli primaverili e nei foraggi di graminacee, mentre nei tagli estivi di medica e leguminose viene spostato alla notte o al mattino per ridurre sbriciolamento e perdite di foglie.
Nei tagli estivi di medica, quando l’umidità scende sotto il 25%, le movimentazioni vanno evitate. L’effetto è duplice, perché riduce le perdite meccaniche e limita anche l’esposizione del foraggio a polvere e particelle fini in una fase in cui la massa diventa più fragile.

In questo quadro è rientrato anche il tema della fienagione in due tempi e degli impianti di essiccazione/ventilazione.
Fabrizio Ruozzi ha descritto una tecnica che prevede lo sfalcio, una parziale essiccazione in campo e il completamento dell’essiccazione fuori dal campo, come fieno sfuso in celle o come rotoballe. La logica, in chiave di prevenzione, sta nel ridurre il tempo di permanenza in campo e nel ridurre fino ad azzerare alcune operazioni di rivoltamento, abbassando i rischi meteo e le perdite meccaniche.
In un contesto in cui la contaminazione da terreno è un vettore di rischio, la possibilità di abbreviare la fase in campo e di stabilizzare più rapidamente il prodotto rientra a pieno titolo tra gli strumenti che possono contribuire a ridurre l’esposizione complessiva.
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