Con il workshop “Il sorgo nella filiera del Parmigiano Reggiano”, ieri nella sede del Consorzio a Reggio Emilia si è tornati a parlare di come rafforzare l’autosufficienza alimentare delle aziende da latte del Comprensorio in uno scenario climatico, produttivo e di mercato in rapido cambiamento.
L’iniziativa si inserisce nel progetto europeo IMAGE LIFE – Improving the resilience of Parmigiano Reggiano supply chain – e ha visto relazioni tecnico-scientifiche, testimonianze aziendali e un momento finale di confronto.
Il Parmigiano Reggiano è un sistema territoriale che crea valore diffuso
In apertura è stato richiamato il quadro generale: il Parmigiano Reggiano non è solo una DOP di successo – oltre metà della produzione è destinata all’export – ma un sistema territoriale che crea valore diffuso. Proprio questa crescita impone oggi anche una riflessione sulla base agronomica che sostiene la zootecnia.
Negli ultimi trent’anni le bovine da latte sono cambiate radicalmente: dalle 70–80 q.li di latte per capo si è passati a produzioni di 110–120, fino a 150 q.li. A fabbisogni nutrizionali così elevati deve corrispondere un sistema foraggero e anche cerealicolo locale all’altezza.
Il nodo è noto: mais e soia rappresentano ancora il pilastro delle razioni, ma:
- il mais è sempre più difficile da coltivare in aree non irrigue del comprensorio;
- aumentano i rischi sanitari legati alle micotossine, in particolare aflatossine;
- cresce la dipendenza da importazioni, con ricadute ambientali, economiche e geopolitiche;
- il legame con il territorio, richiesto dai consumatori più esigenti, si indebolisce.
Il cambiamento climatico, con micro-aree sempre più differenziate, siccità prolungate ed eventi estremi, mette ulteriormente in crisi il paradigma storico della nutrizione delle bovine da latte.
IMAGE LIFE, ricerca e prove in campo

È stato il professor Formigoni a entrare nel merito del progetto IMAGE LIFE, illustrandone l’impianto tecnico e la visione di fondo. L’obiettivo è rafforzare la resilienza della filiera del Parmigiano Reggiano agendo contemporaneamente su autosufficienza alimentare, qualità delle razioni e sostenibilità ambientale.
Il punto di partenza è aumentare la quota di nutrienti prodotti all’interno del comprensorio, introducendo colture più resilienti rispetto al mais. Non solo sorgo, ma anche miglio, panico, girasole e frumenti, in un’ottica di diversificazione colturale. Questa evoluzione deve però garantire la tenuta produttiva delle stalle e la qualità del latte destinato alla trasformazione, riducendo al contempo il consumo idrico e le emissioni climalteranti lungo la filiera.
Andrea Formigoni ha ricordato che tra i target del progetto rientrano la sostituzione progressiva di superfici a mais con colture alternative, la riduzione dei consumi d’acqua e un contributo concreto all’abbattimento dei gas serra.
Le attività di campo hanno coinvolto 104 genotipi tra frumenti e colture estive – sorgo, miglio e girasole – testati in due località per due annate agrarie. Le prove, condotte in biologico e senza apporto di concimazioni, hanno permesso di analizzare fenologia (secondo scala BBCH), resa, biomassa, suscettibilità a patogeni, profilo nutrizionale e contenuto in tannini. Per il sorgo, in particolare, gli ibridi sono stati suddivisi per classi di precocità, con attenzione alla risposta in condizioni non irrigue.
Accanto alla valutazione agronomica procede quella nutrizionale. Sono in corso prove di fermentazione in vitro per simulare la degradabilità ruminale della fibra (aNDFom) e stimare la quota indegradabile (uNDF240), parametro determinante nella formulazione delle razioni. Non si tratta quindi solo di produrre granella, ma di capire come questa si comporti realmente nel rumine.
Le verifiche proseguono anche in stalla, a scala sperimentale e aziendale, confrontando diverse fonti di amido – mais, sorgo, miglio e frumento – in termini di produzione e composizione del latte, ruminazione, parametri ruminali e microbioma. Dal punto di vista del razionamento, è stato ribadito che il sorgo può sostituire il mais senza penalizzare le performance produttive. Inoltre, considerando che il mais presenta un contenuto proteico intorno al 7%, mentre il frumento può arrivare al 15%, si aprono margini di riflessione anche sulla componente proteica della razione.
RISORGO: biodiversità e selezione
A completare il quadro è intervenuto il progetto RISORGO, presentato da Alessandro Zatta (CRPA) e Lorenzo Stagnati (Università Cattolica del Sacro Cuore), che lavora a monte della filiera, sul patrimonio genetico del sorgo bianco da granella.
Se IMAGE LIFE testa l’inserimento delle colture resilienti nel sistema zootecnico del Parmigiano Reggiano, RISORGO si concentra su quali materiali genetici scegliere, in quali condizioni, con quali caratteristiche produttive e qualitative.
Il progetto, coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore con il coinvolgimento del Centro Ricerche Produzioni Animali (CRPA) e di altre università regionali, nasce all’interno del PSR come Gruppo Operativo PEI-AGRI e coinvolge undici aziende agricole distribuite tra pianura, collina e aree interne dell’Emilia centrale.
Zatta e Stagnati hanno ricordato come il sorgo sia una specie di origine africana, domesticata nel Sahel e oggi quinto cereale al mondo per diffusione, apprezzato per l’efficienza nell’uso dell’acqua e l’adattamento a climi caldi e secchi. Proprio queste caratteristiche lo rendono interessante in uno scenario mediterraneo sempre più segnato da siccità e irregolarità pluviometriche.
Il cuore del progetto è la biodiversità. Presso l’Università Cattolica è conservata una collezione di circa 700 varietà di sorgo provenienti da tutto il mondo, di cui 117 a granella bianca. Su questa base è stata avviata la caratterizzazione genetica di 96 materiali genetici di sorgo bianco, con l’obiettivo di definirne il profilo genetico e agronomico e testarli in condizioni di coltivazione ordinarie e in regime non irriguo, per verificare stabilità produttiva, precocità, altezza, resistenza all’allettamento e comportamento fenologico.
Un altro filone di lavoro riguarda l’interazione tra genotipo e tecnica colturale. RISORGO sta valutando l’efficacia di microrganismi promotori della crescita (PGPB) e di soluzioni agronomiche a basso input per incrementare la produttività in condizioni di stress idrico, riducendo il divario tra aree più fertili e zone interne o svantaggiate.
Accanto agli aspetti produttivi, grande attenzione è riservata alla qualità della granella. Sono previste analisi sanitarie per la verifica della presenza di micotossine e valutazioni merceologiche e tecnologiche, anche in vista di un possibile utilizzo nell’alimentazione umana oltre che zootecnica.
Dalla “coltura di desistenza” a coltura strategica

Nella parte centrale della mattinata hanno preso la parola anche alcuni agricoltori del comprensorio – tra cui Fabrizio Ruozzi, Eros Guadagni e Mauro Bertoni – portando l’esperienza diretta della scorsa annata agraria.
È proprio dalle loro testimonianze che è emersa un’espressione efficace: il sorgo, fino ad oggi, è stato spesso una “coltura di desistenza”. Non una scelta su cui costruire un piano agronomico strutturato, ma una soluzione utilizzata su superfici marginali, inserita nelle rotazioni per non lasciare il terreno incolto, con livelli di input contenuti e, nella maggior parte dei casi, senza irrigazione.
Le esperienze raccontate hanno confermato questo approccio. Il sorgo è stato coltivato prevalentemente su terreni meno vocati, con investimenti limitati in termini di fertilizzazione, difesa e gestione tecnica. In diversi casi è stato scelto proprio per la sua capacità di adattarsi a condizioni difficili, ma senza che vi fosse un vero piano di valorizzazione tecnica della coltura.
In queste condizioni, le rese e le performance registrate forniscono indicazioni interessanti ma non definitive. È difficile, infatti, misurare il reale potenziale di una coltura quando viene gestita in modo residuale rispetto alle colture principali.
Proprio da qui nasce la riflessione condivisa durante il workshop: se il sorgo deve diventare una vera alternativa al mais all’interno della filiera del Parmigiano Reggiano, non può restare confinato alle superfici marginali. Occorre trattarlo come una coltura su cui investire.
Questo significa lavorare su protocolli colturali mirati, scegliere varietà adeguate agli ambienti e agli obiettivi produttivi, calibrare correttamente epoche di semina e raccolta, e dotarsi di strumenti di monitoraggio capaci di leggere i dati di campo con la stessa attenzione con cui oggi si analizzano quelli di stalla.
La sfida riguarda l’intera componente agronomica della filiera: per sostenere stalle ad alta produttività e una DOP in continua crescita serve una base colturale locale più solida e coordinata, tecnicamente evoluta e adatta alle nuove condizioni climatiche del territorio.
Contratto di filiera e premialità: 250 ettari nel 2026
Attraverso PROGEO è stato predisposto un contratto di filiera per il sorgo 2026, con impegno al conferimento e assistenza tecnica dedicata.
Nell’ambito del progetto LIFE è previsto un budget complessivo di 75.000 euro in tre anni, con una premialità fino a 100 €/ha per la coltivazione del sorgo all’interno dell’areale della DOP. La superficie massima finanziabile è di 250 ettari/anno.
Oltre al contributo economico, alle aziende è richiesto di fornire dati tecnici dettagliati (interventi colturali, consumi idrici, input), a conferma che la transizione agronomica dovrà essere misurabile e documentata.
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