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Il fieno al centro del sistema: analisi, clima e razionamento

Il fieno è stato il protagonista dell’incontro tecnico ospitato ieri presso il Consorzio del Parmigiano Reggiano e organizzato con il contributo di Progeo. Un appuntamento che ha riunito numerosi allevatori, alimentaristi e tecnici (sala gremita in aggiunta a coloro che hanno seguito in streaming) attorno a un tema da sempre centrale per le stalle che producono latte per Parmigiano Reggiano.

Le esigenze nutrizionali di vacche sempre più produttive e selettive, insieme alle difficoltà crescenti nel produrre fieni di qualità in un contesto climatico instabile, impongono una nuova attenzione sul fieno, dalla campagna alla greppia.

Conoscere pertanto il fieno disponibile, capire quando e come produrlo per preservarne la qualità e decidere come impiegarlo in razione diventa un passaggio obbligato per ogni azienda del comprensorio.

Su questo filo conduttore si sono sviluppate le relazioni della giornata, aperte e coordinate da Marco Nocetti, già responsabile del Servizio Produzione Primaria del Consorzio.

Non basta dire fieno: disomogeneità e controlli analitici per usarlo al meglio

Il primo contributo tecnico è stato affidato a Flavio Melli, direttore del Laboratorio Analisi R&D di Progeo, che ha concentrato l’attenzione sulla disomogeneità del fieno, sulle implicazioni che questa comporta nel razionamento e sulla necessità di conoscere il valore reale del fieno che si ha in azienda.

Anche all’interno della stessa azienda e della stessa annata, infatti, i foraggi possono presentare differenze sensibili per contenuto in fibra, digeribilità e valore nutritivo, legate all’epoca di sfalcio, alle condizioni meteorologiche e alle modalità di essiccazione e conservazione.

I controlli analitici sono stati presentati come uno strumento operativo, la cui efficacia dipende in primo luogo dalla qualità del campionamento e dalla rappresentatività del materiale analizzato.

La distinzione tra lotti, un campionamento corretto e la possibilità di confrontare risultati omogenei consentono di descrivere in modo più aderente alla realtà il fieno disponibile, evitando che differenze anche contenute nella digeribilità della fibra o nel contenuto di NDF si traducano in risposte difficili poi da interpretare in mangiatoia.

La conoscenza analitica diventa funzionale all’impiego del fieno. Lotti con caratteristiche più favorevoli possono essere destinati alle fasi in cui l’ingestione è più critica o il fabbisogno nutritivo è maggiore, mentre foraggi meno performanti trovano collocazione in contesti meno sensibili, senza compromettere l’equilibrio complessivo della razione.

La gestione per lotti rappresenta una modalità concreta di controllo dell’alimentazione e sicuramente una via maestra per il migliore utilizzo del fieno in stalla.

La qualità del foraggio assume un peso che va oltre il semplice costo della materia prima. Foraggi meglio digeribili favoriscono l’ingestione e l’efficienza alimentare, incidendo sul risultato economico.

Un fieno di buona qualità, inserito correttamente in razione, non rappresenta un fattore limitante, nemmeno in sistemi produttivi caratterizzati da produzioni elevate.

Un passaggio specifico della presentazione di Melli ha riguardato anche il contenuto in ceneri del fieno, come indicatore di contaminazione da suolo. Oltre agli aspetti noti legati ai clostridi, è stato richiamato il possibile ruolo del ferro (il componente presente in maggio misura) veicolato dalla terra, che può interferire con l’assorbimento di microelementi come zinco e rame. Considerato il coinvolgimento dello zinco nei processi di cheratinizzazione, questa dinamica è stata inquadrata come fattore predisponente, non causale, per problemi podali.

Nel valutare la qualità complessiva dei foraggi, è stato anche richiamato l’utilizzo di indici più completi, come l’RFQ, in grado di integrare digeribilità e potenziale di ingestione. Un approccio che consente di collegare in modo più diretto le caratteristiche analitiche del fieno alla risposta attesa in stalla e di rendere più funzionale la gestione per lotti all’interno della razione.

Il clima cambia e cambia le regole per la fienagione

Il secondo contributo della giornata è stato affidato a Isacco Rossi, ricercatore del CRPA, che ha affrontato il tema della produzione di fieno alla luce delle modificazioni climatiche in atto. L’attenzione si è concentrata in particolare sul primo taglio, che continua a rappresentare il momento più determinante sia per la qualità sia per la quantità del fieno prodotto a livello aziendale.

L’analisi ha evidenziato un anticipo delle fasi fenologiche delle foraggere, osservabile tanto in pianura quanto nelle aree collinari e montane. L’utilizzo dei gradi-giorno come strumento di supporto decisionale consente di definire in modo più preciso il momento ottimale di raccolta. Per colture come la medica, i riferimenti indicati portano ad anticipare la finestra di sfalcio rispetto ai calendari tradizionali, collocandola già a metà aprile in pianura e all’inizio di maggio in montagna.

A questo anticipo si associa una riduzione della finestra temporale utile per intervenire. Il primo taglio risente in modo diretto di questa dinamica: scostamenti anche contenuti rispetto allo stadio vegetativo ottimale comportano un peggioramento rapido della digeribilità della fibra, con un aumento della quota indigeribile.

Le difficoltà operative sono accentuate dalla maggiore frequenza di eventi piovosi nei mesi di maggio e giugno, che rendono più complesso intercettare le condizioni ideali per la raccolta.

In questo quadro è stato richiamato anche il ruolo degli essiccatoi, in grado di attenuare, almeno in parte, i vincoli imposti dalle condizioni meteorologiche. L’essiccazione artificiale consente di ridurre il compromesso tra epoca di taglio e qualità finale del fieno.

Fibra, digeribilità e risposta in razione

Nel suo intervento, Andrea Formigoni, professore ordinario di Nutrizione e alimentazione animale all’Università di Bologna, ha affrontato il tema dell’utilizzo del fieno in razione.

I foraggi possono presentare comportamenti molto diversi in rumine. I confronti tra fieni con uguale contenuto fibroso ma diversa quota digeribile mostrano come sia quest’ultima a condizionare la velocità di degradazione ruminale e il grado di riempimento producendo risposte differenti in termini di ingestione.

Fieni caratterizzati da una quota elevata di fibra meno digeribile tendono a permanere più a lungo nel rumine, aumentando l’effetto di riempimento e limitando l’assunzione di sostanza secca.

Al contrario, una fibra più digeribile consente una maggiore capacità di ingestione, un aspetto particolarmente rilevante nelle razioni basate su fieno previste dal disciplinare del Parmigiano Reggiano.

In funzione delle diverse fasi della lattazione, soprattutto nei momenti di maggiore richiesta produttiva, la digeribilità della fibra diventa un elemento operativo per evitare che il fieno limiti l’ingestione e condizioni negativamente la risposta della vacca.

La parte finale della presentazione ha richiamato l’attenzione sulla gestione fisica del fieno in razione. È stato evidenziato come la lunghezza delle particelle influenzi direttamente l’attività masticatoria e la ruminazione, con effetti sulla stabilità ruminale e sull’ingestione.

Una gestione non corretta della dimensione di taglio può quindi rendere il fieno un fattore limitante, anche in presenza di una composizione chimica adeguata.

Qui sotto le presentazioni👇🏻👇🏻