Il dibattito sulle emissioni della zootecnia in Pianura Padana è spesso caratterizzato da letture parziali o semplificate. Per fornire un quadro tecnico e oggettivo, il CRPA – Centro Ricerche Produzioni Animali ha recentemente pubblicato una nota tecnica (clicca qui per leggerla) che analizza l’andamento delle emissioni in atmosfera derivanti dal settore agro-zootecnico. I risultati dello studio offrono spunti utili per tutti i soci del Consorzio del Formaggio Parmigiano Reggiano e gli attori della filiera, illustrando come la zootecnia integrata svolga un ruolo rilevante nella tutela degli ecosistemi agricoli.
Il quadro nazionale sui gas serra
A livello italiano, l’agricoltura rappresenta il 7,7% delle emissioni totali di gas serra (GHG), mentre i settori legati all’energia incidono per ben l’81% (di cui il 31,3% imputabile ai soli trasporti). I dati strutturali forniti da ISPRA mostrano, inoltre, un trend in costante miglioramento: le emissioni totali di gas serra del settore agricolo si sono ridotte del 22,3% dal 1990 al 2024. Più nello specifico, le emissioni derivanti dalla gestione delle deiezioni zootecniche hanno registrato una diminuzione del 29% nello stesso arco temporale, segno tangibile dell’evoluzione dei sistemi di stabulazione, stoccaggio e trattamento.
L’impegno sul fronte dell’ammoniaca
Per quanto concerne l’ammoniaca, il settore agricolo costituisce effettivamente la sorgente principale, contribuendo al 91% delle emissioni nazionali nel 2023. Tuttavia, anche in questo caso si osserva un calo significativo del 35% dal 1990 a oggi. Questo risultato è attribuibile all’efficientamento delle aziende, unito a una maggiore produttività per capo. La diffusione di buone pratiche come le coperture degli stoccaggi e la distribuzione interrata degli effluenti, si sta dimostrando fondamentale per il miglioramento della qualità dell’aria.
L’analisi sui territorio di Reggio Emilia e Parma
La nota del CRPA analizza anche i dati relativi al territorio del Comune di Reggio Emilia, recentemente classificato al primo posto in Italia per emissioni agricole di gas serra dal report “Padania avvelenata” di Greenpeace; Parma peraltro viene collocata al terzo posto. Il posizionamento dei due comuni è la naturale conseguenza di tre fattori, di cui nel report non viene dato rilievo:
- l’estensione territoriale: Reggio Emilia ha una superficie di circa 230 km quadrati, Parma 260; valutare i parametri in modo assoluto, e non sulla base della densità emissiva per chilometro quadrato, penalizza matematicamente territori così vasti;
- la vocazione lattiero-casearia: si tratta di territoro ad elevata specializzazione produttiva legata alla filiera del Parmigiano Reggiano. La presenza di diverse migliaia di bovini comporta una proporzionale quantità di emissioni in termini assoluti;
- il bilancio complessivo del carbonio: I sistemi agricoli connessi alla zootecnia da Parmigiano Reggiano sono strettamente legati a suoli che permettono di raggiungere livelli molto alti di carbonio stoccato. Valutare solo le emissioni ignora la capacità del nostro modello agricolo di sequestrare anidride carbonica.
La virtuosità del modello agro-zootecnico del Parmigiano Reggiano.
Le evidenze scientifiche confermano il valore strategico del modello produttivo del Parmigiano Reggiano, fondato sulla stretta integrazione tra l’attività zootecnica e la gestione delle superfici foraggere poliennali, quali i prati stabili e l’erba medica. Tali assetti colturali, combinati alle pratiche di fertilizzazione organica derivanti dagli allevamenti, garantisce ai suoli una capacità di stoccaggio del carbonio significativamente superiore rispetto ai sistemi agricoli basati su rotazioni annuali e scarso o nullo ritorno di sostanza organica. I sistemi agricoli della nostra filiera contribuiscono pertanto in modo attivo al sequestro di anidride carbonica dall’atmosfera.
Gli allevamenti di bovini da latte rappresentano, in un territorio come quello del comprensorio del Parmigiano-Reggiano, un anello fondamentale di un sistema agricolo capace di dare valore aggiunto alle produzioni foraggere e di restituire sostanza organica e nutrienti vegetali che mantengono la fertilità di suoli tra i più produttivi di tutta Europa.
L’agroecologia e il valore della zootecnia
Ipotizzare una netta decrescita del comparto zootecnico padano o nazionale sortirebbe il solo effetto di spostare la produzione in paesi con un’agricoltura meno efficiente e a maggiore impatto ambientale. Al contrario, senza la presenza degli allevamenti nel bacino padano verrebbero a mancare nutrienti essenziali per la fertilizzazione organica dei suoli. L’adozione di pratiche agroecologiche e di tecnologie come la digestione anaerobica consente alle aziende di trasformare gli effluenti in energia rinnovabile (biogas e biometano) e in digestato, un prezioso fertilizzante in grado di sostituire i concimi chimici di sintesi e di preservare la fertilità della terra.
La zootecnia integrata e supportata da tecnologie moderne non è l’avvelenatrice della Pianura padana, ma rappresenta uno degli architravi insostituibili per salvaguardare gli ecosistemi agricoli.

